Tra Marek il protestante e Mino il cattolico, quella scelta di vita che in molti non hanno compreso fino in fondo

La stoccata c’è, e non arriva di certo da un personaggio qualsiasi. Mino Raiola è senza ombra di dubbio tra i sovrani incontrastati del calciomercato, l’uomo dai mille intrecci, dai mille sbocchi. Da Nedved a Pogba, passando per Ibra e Balotelli, giusto per citare i cavalli di razza più puri, dal pedigree più pregiato, tutti questi campioni devono molto ad uno degli uomini mercato più influenti del mercato globale, a cui in pochi – Mendes (agente di Ronaldo, Mourinho, Falcao) – reggono il passo. Il destinatario, tra le tante dichiarazioni rilasciate alla Gazzetta dello Sport è il capitano azzurro, Marek Hamsik.

Staffilata – Quando dicevo che bisognava venderlo valeva 60- 70 milioni. Oggi invece a quanto siamo? Si è seduto, l’ambiente si è saturato, non ha più stimoli. Non sono andato avanti nel lavoro con lui perché le nostre filosofie erano diverse. Io ero cattolico, lui protestante, non potevamo stare nella stessa chiesa. Quando prendo un giocatore gli chiedo due cose: dove vuoi andare e come ci vuoi arrivare. Se avessi avuto Messi gli avrei cambiato già quattro volte squadra, ma non per i soldi: quelli li guadagnavamo pure lì a forza di rinnovi. Ma perché sarebbe migliorato anche lui”. Come detto, Raiola non le manda di certo a dire (leggi qui ). Il suo è un punto di vista che tra i dettami delle attuali leggi di mercato non fa una piega, del resto è l’agente che è riuscito a garantire anche quest’anno un contratto faraonico a Balotelli, un talento ad oggi, a 25 anni da compiere, che vede le grandiose premesse accompagnarsi ad un declino costante. Valutazioni non solo economiche, certo, confrontarsi con contesti da top club, allenarsi con atleti fra i migliori al Mondo è ovvio sinonimo di crescita in termini tecnici e di personalità. Esiste però anche l’altra faccia della medaglia, quel sentiero che Hamsik ha intrapreso, con netta decisione dopo alcune, doverose, valutazioni in quell’estate del 2011.

Scelta di vita – Un’estate torrida, quella, la premessa ad un’annata ricca di soddisfazioni, tra Champions disputata da protagonista e primo titolo, vinto, con una rete a sigillare una finale difficile da dimenticare, a seguire, poi, una stagione folgorante. L’ultimo anno di Mazzarri in azzurro, per il numero 17 doppia cifra sia per assist che per reti, praticamente la migliore stagione in carriera, secondo posto ed un progetto che continua a crescere, evolvere, con lo slovacco come colonna. Sirene estere e italiane, su tutti il Milan, ormai da tempo accantonate. Un grazie e arrivederci al mega procuratore di origini campane, difficile conciliare quella decisione sorta dall’attaccamento ad una società, ad una piazza dove è diventato uomo e calciatore di primo piano. Impossibile accordarsi dinanzi alla voglia di essere, senza forse scalare i vertici del calcio europeo, il simbolo di una squadra, cingere definitivamente quella maglia azzurra sulla sua pelle. I momenti difficili non sono mancati, certo, dopo l’iniziale exploit sotto la guida di Benitez sono arrivati infortuni e prestazioni talvolta sottotono. Le prime vere e proprie critiche dal suo approdo nel 2007, appena ventenne, mugugni nei confronti di chi tra una sgroppata e un inserimento, ha marcato il tabellino 83 volte in maglia azzurra. Oltre trecento presenze con la casacca partenopea, macinando record, issandosi a bandiera azzurra. Tra gioie, titoli – che a Napoli, senza presunzione, hanno un valore particolare – issati al cielo con quella fascia presa con orgoglio dopo l’addio di Paolo Cannavaro, Hamsik è cresciuto, migliorato, perché si matura come calciatori anche dinanzi ai momenti ardui, perché la vita racconta e regala, purtroppo o per fortuna anche questo. Marek Hamsik passo dopo passo non sta semplicemente tornando, sta diventando un leader completo, confrontandosi in azzurro con campioni ed un tecnico di spessore internazionale. Di certo non si è seduto, questo a Raiola possiamo dirlo, ad alta voce.

Edoardo Brancaccio

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