shinystat spazio napoli calcio news Quel calcio ai mondiali dei trucchi e degli inganni - Volume primo

Quel calcio ai mondiali dei trucchi e degli inganni – Volume primo


Nel calcio forse non c’è competizione ufficiale più fasulla del mondiale. Almeno è quasi sempre stato così. Senza badare all’aneddotica vastissima degli errori arbitrali, si possono tenere in considerazione gli orrori, degli arbitri, e non soltanto degli arbitri. Quelli che hanno fatto gridare allo scandalo a lungo, sbattendo fuori, ingiustamente, squadre che non avrebbero dovuto perdere, favorendone altre, e, in certi casi, pure assegnando i titoli. Niente a che fare con le teorie complottiste. “Fatti, soltanto i fatti”, come principia Dickens in “Tempi difficili”. E non si pensi alla verità, non si creda che quella cosa sporca e indesiderata della verità sortisca fuori come per magia. Lasciamola perdere, che neanche interessa a qualcuno. I fatti, soltanto i fatti.

I mondiali del 1934, quelli vinti dall’Italia, videro gli uomini di Pozzo farsi beffa degli spagnoli, ai quarti, con un gol assai contestato decisivo per la ripetizione della partita. La prima gara era finita in parità, e nell’azione del gol dell’Italia, irregolare, si era anche infortunato Zamora, portiere spagnolo, indisponibile per la seconda partita, poi vinta dagli italiani. La semifinale con l’Austria, invece, gli italiani la vinsero con una rete di Guaita, irregolare pure quella, per fallo di Meazza sul portiere, in mezzo alle proteste degli austriaci, per un arbitraggio reo di non aver punito le entratacce dei nazionali italiani. Non a caso, proprio per la semifinale, pare che Mussolini avesse fatto di tutto per far designare l’arbitro svedese Eklind. Il duce fu accontentato e la giacchetta nera fece il resto. Il bello fu che anche la finale fu arbitrata da Eklind, e che lo stesso arbitro svedese, prima dell’inizio della gara tra Cecoslovacchia e Italia, salì in tribuna per salutare le autorità politiche.

Archiviato il ’34, quello del 1938 vide il bis tricolore farsi onore degli elogi per l’impresa, non senza le polemiche della propaganda e dell’anti propaganda, intorno alle strumentalizzazioni di regime del movimento sportivo italiano. Nello stesso mondiale, infatti, anche Hitler non perse occasione di pilotare le partite, senza però riuscire nell’intento di far vincere la Germania e poi l’Austria, secondo cavallo su cui il cancelliere aveva puntato per scopi propagandistici. Poi, la guerra, e il pallone si fermò per ovvie ragioni.

Alla ripresa delle ostilità sportive in tempo di pace, il mondo rifece il trucco alla morale collettiva, ma le brutture dei crimini e dei criminali, in realtà, non avevano mai detto basta. Tra giunte militari, governi fantoccio e una politica ancora più ambigua, i campionati del mondo ripresero con forza a far rotolare il pallone per tutto il pianeta.

Un mundial che fece epoca fu quello dove l’Italia fu palesemente danneggiata dal trattamento dei cileni, nel campionato del 1962, forse a causa di tensioni a distanza originatesi per messaggi tra le rispettive stampe, e non solo. Morale della favola, a causa di arbitri compiacenti e di chiari atteggiamenti intimidatori, la nazionale azzurra tornò mestamente in patria, con un risultati deludenti e un sacco di botte ricevute nell’incontro decisivo proprio coi cileni. Le pubblicazioni de La nazione di Firenze, sulla povertà e le miserie cilene, e le risposte piccate della Revista Estadio, sull’arretratezza del meridione italiano, prefigurarono quella che sarebbe stata l’accoglienza cilena nei confronti della nazionale italiana. Fallacci e scazzottate, con l’arbitro Aston voltato dall’altra parte, soprattutto per favorire la selezione di casa, che grazie all’indotta eliminazione degli italiani, trovarono soddisfazione per la tanto attesa rivalsa politica, che, di fatto, s’era conclusa con un epilogo non più “a distanza”. Ken Aston, colui che avrebbe inventato i cartellini giallo e rosso, a distanza di tempo dichiarò che quella fu una partita dove si sentì “un giudice durante un conflitto militare”.

Se la guerra, a costi altissimi, aveva rimescolato le carte, il calcio si era quasi convinto di trovarsi nel transito della nuova modernità. E dentro c’era finito tutto, pure le cose peggiori, ammesso che si possa stabilire con certezza cosa sia giusto e cosa sbagliato.

 

Sebastiano Di Paolo, alias Elio Goka 

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