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Ultras al comando, sotto scacco anche il Napoli


60 secondi di silenzio avvolgente, partecipato. 60 minuti per dimostrarne tutta l’ipocrisia. Il clamoroso scacco, come l’ha definito Preziosi, degli ultra genoani alla squadra e indirettamente a tutto il calcio italiano, lascia l’amaro in bocca a chi ama questo sport. Avvilisce tutti noi, tutti quelli che hanno davvero sofferto per la morte in campo di Morosini. Ieri avremmo voluto essere su ogni prato verde ad abbracciare uno ad uno tutti i calciatori, una pacca sulle spalle per incoraggiarli e sentirci vicini. Ancora una volta quel mondo che scatena gioie e dolori delle nostre domeniche si palesa in tutta la sua volgarità, un disgustoso Grande Fratello mediatico e schiavo degli interessi, senza valori né rispetto. Il primo autogol l’ha insaccato la Lega con le sterili polemiche sulle modalità di recupero della giornata rinviata a sole 24 ore da un’immane tragedia.

 Ieri, allo stadio “Ferraris”, quattro imbecilli sono saliti su una piattaforma di plexiglas adiacente al terreno di gioco e come nel più classico degli anfiteatri romani hanno decretato il pollice verso per l’intero movimento sportivo. Tutto ciò professandosi “amanti della maglia”. Amanti, esattamente. Quelli che garantiscono una notte di passione e la mattina dopo non ricordano nemmeno con chi l’hanno trascorsa. Pretendono tutto e subito, se non l’ottengono si tramutano in sceneggiatori di una pellicola da immediata censura. La rabbia (ancorchè plausibile vista l’esibizione degli 11 rossoblù) sfociata in atti vili e prevaricanti, degni di un Paese a corto d’identità e, purtroppo, di dignità. Togliete la maglia, siete indegni di indossarla”: un diktat con reminiscenze mussoliniane andato mestamente in scena dagli spalti di Marassi. I calciatori obbedienti a capo chino, le forze dell’ordine totalmente inermi. Il tifoso medio, l’italiano medio si voltava nei paraggi imprecando che uscisse uno striscione con su scritto  “Scherzi a parte”. Possibile che non sappiamo disarmare la follia mitomane di un centinaio di esagitati? Raccapricciante. Assurdo essere testimoni di un psicodramma con attrici non protagoniste le lacrime di Mesto, Rossi, Sculli. Anche in quello sconforto (magari sproporzionato), come in quella pacca sulle spalle assestata 60 minuti prima, c’era il cuore di ognuno di noi.

 “La polizia dov’era? Quei pseudotifosi credono di essere padroni del calcio! Io non ci sto”, sbottava a fine gara il presidente dei grifoni Enrico Preziosi. Teoria al vetriolo che ha in Fabio Capello un altro illustre assertore. Le dichiarazioni di qualche tempo fa dell’ex Ct inglese sull’argomento provocarono svariati mal di pancia all’interno delle istituzioni. Teatrino del sopruso proprio Genova, luogo del reato anche in occasione di quell’Italia-Serbia che fece balzare all’onore delle cronache Ivan Bogdanov, capace pressoché in solitudine di causare la sospensione di una gara. Il buffo paradosso è che almeno lui inveiva contro un sistema malato, il suo. Noi invece fingevamo moralismo, viviamo in un Paese destinato ad incancrenirsi e nessuno sa prenderne atto.

Lo strapotere degli ultras è un male subdolo, perché agisce di nascosto e finisce in prima pagina solo per episodi eclatanti. Purtroppo la visione idilliaca dei gruppi organizzati, la passione ad esclusivo servizio di una fede, va definitivamente accantonata. Ricatti, malaffare, losche frequentazioni tra calciatori ed esponenti delle curve, sono tutti fattori all’ordine del giorno. Basti pensare, ieri pomeriggio, al fitto scambio di “affettuosi” messaggi tra Sculli e uno degli energumeni dalla testa rasata. Si proceda con cautela nella creazione di idoli, l’attaccante calabrese (implicato anche in torbide vicende giudiziarie) e il suo vivace interlocutore non sono parsi due perfetti estranei.

Ma volgendo un po’ lo sguardo in casa nostra, le preoccupazioni non mancano. E’ dagli anni ’80 che si millantano infiltrazioni, provate e ipotizzate, della criminalità organizzata all’interno dello stadio San Paolo. Purtroppo la camorra è un cancro della nostra terra e ha la presunzione di permeare qualsiasi campo. Ma qui non vogliamo fare demagogia, analizziamo piuttosto i fatti concreti. Dicembre 2006, campionato di serie B, Napoli-Frosinone. Nel bel mezzo della ripresa esplodono petardi lanciati dalle curve partenopee, intemperanze durate diversi minuti che costrinsero l’arbitro Orsato a sospendere più volte la gara e la giustizia sportiva ad infliggere una giornata di squalifica al campo. Esisteva (ed esiste ancora) un sistema di favori nell’emissione dei biglietti per le partite. Una quota di tagliandi omaggio era elargita dalla società alle frange ultras, da queste però si innescava il bagarinaggio e dunque il lucro. Dopo l’ arresto per traffico di droga di Francesco Ruggiero, soprannominato “Bon bon”, presidente dei “Blue Tiger”, il calcio Napoli tagliò la fornitura a questa sigla organizzata in occasione delle gare interne. Per tutta risposta, gli esagitati decisero di intervenire in maniera coatta nella gara con i ciociari. Le indagini scoperchiarono un fenomeno estorsivo ai danni del club di Aurelio De Laurentiis.

Un caso vivo nella memoria, lo conosciamo tutti. Ma è la dimostrazione di quanto il calcio nostrano viaggi a braccetto con l’ombra del tifo estremo, di quanti compromessi abbia dovuto acconsentire per evitare straripamenti. Le leggi della Curva, dove lo Stato non può mettere il naso. Cinque gli arrestati per quella vicenda. Lo stesso Ruggiero, secondo quanto riporta Repubblica, quando era agli arresti domiciliari, aveva minacciato un dirigente: «Ho campato con il Napoli per 50 anni, anche tu e Marino (Pierpaolo, l’ex Dg) tenete i figli. Mi sono fatto quattro anni di galera, se ne faccio altri quattro non succede niente».

Facciamo un salto nel presente. Febbraio scorso. Undici arresti tra gli appartenenti al gruppo “Bronx”, l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di un`indeterminata serie di violenze in occasioni di manifestazioni calcistiche nazionali ed estere. Gli scontri ad Udine nel febbraio 2010, a Bucarest lo stesso anno in occasione della trasferta europea contro lo Steaua, gli episodi riprovevoli del pre-gara di Napoli-Liverpool. Tutto stabilito a tavolino, il club azzurro perennemente nel mirino. Un morto che cammina, basta premere il grilletto e … scacco matto. Secondo quanto riportato dal Corriere dello Sport del 16 febbraio scorso, il procuratore Giovanni Melillo riteneva questi gruppi “ostili alla società calcio Napoli, rea di non far disputare le gare in maniera indisciplinata e violenta”, quindi di non consentire scorazzate a mo’ di Far West. Inquietanti anche i rapporti che molti di questi individui, spesso sottoposti a detenzione domiciliare, intrattengono con alcuni calciatori azzurri. Dalle indagini spuntavano i nomi di Santacroce e Lavezzi: Alcuni mantengono i contatti con i gruppi di ultrà anche perchè ritengono che questi ultimi possano influire sulle scelte della società al momento del rinnovo del contratti”, sosteneva ancora il procuratore.

C’è una sola verità. I club possono opporsi ma hanno dei limiti, le autorità preposte sono obbligate a supportarli. Impensabile credere di debellare il fenomeno in un battibaleno, ma va circoscritto e monitorato, colpito ogni qualvolta si manifesti. Occorre che la giustizia salga sulla piattaforma di plexiglas, punisca i colpevoli e inizi finalmente a guardarli dall’alto verso il basso. Non conviene attendere passivi che il vulcano erutti, gli effetti potrebbero rivelarsi devastanti.



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