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Finchè vedrai sventolar bandiera gialla…

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E così si torna al San Paolo. Con una sconfitta che scotta, con un clima che gela e con un calciomercato alquanto tiepidino. Molte squadre si rinforzano, noi acquistiamo giovani da rivendere e stranieri da piazzare. Vargas a parte, sia chiaro. Un giovane che ha tutto da dimostrare. Non siamo molto soddisfatti, ma attendiamo comunque l’occasione giusta per farci smentire. E quella col Cesena sembrava esserlo. Sembrava.

Il lavoro ci fa arrivare allo stadio più tardi del solito, ma comunque prima di tutti gli altri. Immaginavamo un San Paolo con poca gente, ma non così vuoto. Evidentemente gli ultimi risultati, il freddo e il turno in settimana hanno scoraggiato un po’ di persone, anche del nostro gruppo, tanto che siamo costretti a coniare una nuova categoria che si affianca ai tifosi occasionali: gli abbonati occasionali. Non me ne voglia chi si sente incluso.

Noi invece siamo lì, già due ore prima. E tiene banco la discussione su quanta delusione è giusto che ci sia per questo Napoli. C’è chi sostiene che il passo indietro non è stato fatto perché comunque siamo in competizione per un trofeo che ci farebbe accedere all’Europa League e ci giochiamo gli ottavi con il Chelsea. C’è chi invece pensa che accedere all’Europa League attraverso la Coppa Italia è  invece  proprio un passo indietro rispetto al raggiungere la Champion’s da terzi e che la squadra andava attrezzata meglio. Certo nessuno poteva prevedere la perdita di memoria di Inler ed è la cosa su cui siamo tutti d’accordo e per cui ci rammarichiamo di più.

Ma in tutti i casi, noi siamo lì, già due ore prima della partita. C’è chi ci vuole dare la notizia del giorno dicendoci che i ragazzi non pensano più al campionato, che giocano senza stimoli e che s’impegneranno solo per le coppe. Beh! Che lo dicessero apertamente, così non ci spolmoniamo più di tanto e quando ci sono due gradi, si resta tutti a casa accanto alla stufetta.

La verità è che, in qualsiasi modo vadano le cose, noi siamo sempre lì, già due ore prima della partita.

Aspettiamo che arrivino tutti, piano piano, alla spicciolata. Abbiamo dimenticato un panino a casa, ma non ne facciamo una tragedia scaramantica. I chicchirichì aspettano che siamo tutti in posizione e pronti per il nostro rito propiziatorio che puntualmente si compie. Siamo talmente pochi che riusciamo a fare un secondo giro. Anzi, c’è chi ha mostrato addirittura la manita. Le formazioni delle due squadre passano quasi sotto silenzio. Tant’è vero che da dietro ci si chiede ancora chi gioca come difensore centrale. Non capisco se è più un rifiuto o ipotermia del padiglione auricolare. Ancora seduti. Ancora impacciati per il freddo. Un’atmosfera surreale. Come se tutto fosse ovattato dal gelo.

Ovattati o no, noi siamo lì, già due ore prima della partita.  Ci si chiede se col Milan si giocherà o meno. Un pensiero va ai muscoli dei giocatori e alle strade ghiacciate. Giocare in notturna a queste temperature è un “omicidio di massa”. Siamo tutti d’accordo. Sono rimpallate voci su convenienze del Milan per recuperare alcuni giocatori. Mi pare contraddittorio appoggiare certe voci, visto che ne siamo stati vittime anche noi in occasione di Napoli-Juve, rimandata anche per meno.

Ma sta di fatto che anche a -8, se fosse successo al San Paolo, noi saremmo stati lì, già due ore prima della partita. Anzi, col Milan, anche tre.

Pensiamo anche che con il Chelsea, probabilmente dovremmo prenderci un giorno di ferie perché saremo lì, ore e ore prima della partita.

Ore 20:45, l’arbitro fischia l’inizio. L’arbitro fischia. Ed è solo l’inizio.

Un centrocampo inedito con Inler, Gargano e “Smaili”. Marek riposa. Entra nel secondo tempo. Ribadisco, Marek riposa. Tutti crediamo che Inler con due compagni a sostegno si senta finalmente a suo agio. Presto ci rendiamo conto che la memoria non è ancora tornata e forse è in caso veramente di un sostegno. Ma psicologico. Non solo. Probabilmente è anche contagioso. Maggio ad esempio non  sembra più lo stesso da settimane. La porta d’attacco è sotto i nostri occhi e ammiriamo sconvolti una giocata di Gargano, un’altra di “Smaili”, un tiro di Pandev che finisce poco a lato. Ma  come ricorda qualcuno, se non mettiamo la palla dentro non vinciamo.

E di questa partita ricordo un colore in particolare. Il giallo. Cartellini come se piovesse. Maglie nere che cadono a terra e cartellini gialli che salgono al cielo. Tant’è che ad un certo punto qualcuno suggerisce all’arbitro di ammonirgli anche il suo di fallo. E non tattico.

 Nell’intervallo ci guardiamo increduli. Non riusciamo a segnare ad una banda di musica. Ad una banda di morti. Ad un Cesena titolare che è anche peggio della primavera, battuta in Coppa Italia per un pelo. Confidiamo in qualche papera del giovane portiere. Ne ha fatte di incredibili quest’anno.

E infatti, nel secondo tempo, fa l’unica parata della sua stagione su un tiro, per carità, sparatogli addosso da Cavani. Anche lui momentaneamente, speriamo, smemorato, dimentica come si segna.

Insomma. Noi siamo lì, già due ore prima della partita e dobbiamo vedere un Napoli che in fin dei conti attacca, ma senza tirare davvero in porta. Passaggi da una fascia all’altra, cross bassi, cross lunghi, cross inutili, cross nel vuoto, cross nella mischia. Prima o poi DEVE entrare questo maledetto pallone. Abbiamo tutti un nervosismo e un’ansia addosso evidente, ci pieghiamo in avanti quasi a volerla spingere noi la palla dentro. E se pensate che io ho anche dimenticato gli occhiali a casa, capirete perché il mio sforzo è stato maggiore di tutti. Vi basti sapere che ad una battuta fatta per pura goliardia del tipo: “ Va a coglier’e banan’” io chiedo: “Ma perché, è nero?!”. Si trattava di Malonga, davanti alla porta sotto la nostra curva. E ho detto tutto.

Insomma, saranno stati gli occhiali mancanti, sarà stata la voglia di vincere, saranno state le allucinazioni da congelamento, sarà stato che ad un certo punto ho visto pinguini e Jack su un residuo del Titanic che galleggiava, ma io vi giuro che almeno un pallone l’ho visto dentro. L’hanno visto tutti. E abbiamo visto tutti un’altra cosa gialla sventolare in cielo. Il guardalinee partecipa alle allucinazioni collettive da congelamento e decide che il Cesena, venuto qui palesemente per lo zero a zero, va premiato per la faccia di bronzo. E zero a zero sia.

 

Ma io resto attaccata alla mia convinzione. Quel pallone è entrato. Erano tutti in gioco e il pallone è entrato. Quella col Cesena è una vittoria da un punto.

All’ennesimo fischio dell’arbitro, quello definitivo e senza cartellini gialli, ci salutiamo in silenzio, senza voglia. Il Milan perde e domenica, se si gioca, starà col sangue agli occhi. L’Inter pareggia, la Roma perde e noi ancora una volta non approfittiamo, ma l’avevamo buttata dentro in una partita con pochi tiri a porta. Avremmo dovuto sbranarceli, e invece l’avevamo messa dentro sudando sette camicie. Un goal che sarebbe comunque valso tre punti. E invece ne vale uno.

Torniamo a casa ancora più arrabbiati. Un messaggio ci dice che forse c’era anche un rigore. Tanto per non farci dormire la notte.

Incassiamo il colpo, siamo stanchi. Mi chiama mio padre dicendomi: “Ma che succede? Non vinciamo più?”. E che ti devo dire, pa’?! Noi l’avevamo comunque messa dentro.

Al parcheggio, quando siamo arrivati, ci hanno detto che al posto nostro, con quel freddo, non sarebbero andati neanche per un milione di euro a vedere questa partita allo stadio. Beh! Per fortuna ci siamo noi al posto nostro. Con l’unica convinzione di quest’anno: che anche alla prossima in casa noi saremo comunque lì, già due ore prima della partita.

 

 

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