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Intervista ad Umberto Varriale, “il gioiello di Napoli”

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Finalmente ce l’abbiamo fatta! Per voi amici di SpazioNapoli siamo riusciti per la prima volta ad intervistare, in esclusiva ovviamente, un tesserato del Napoli: Umberto Varriale. Il calciatore, oltre a concedere l’onore ed il privilegio di rilasciarci qualche sua dichiarazione,  apre le porte di  casa sua. Varriale si presenta puntuale all’appuntamento prefissato, con la sua 500 cromata azzurra e un sorriso smagliante. Mi fa da cicerone nel suo quartiere e, giunti finalmente nei pressi della sua casa, mi fa posteggiare l’auto accanto alla sua. All’ingresso in casa, ad attenderci, con altri due sorrisi ci sono rispettivamente sua moglie Francesca e il piccolo Genny. Dopo gli onori di casa, devo dire molto accogliente e ben arredata, ci accomodiamo tutti e quattro a tavolino ed iniziamo a conoscerci meglio. Dopo aver gustato un ottimo caffè, gentilmente offertomi da Francesca, e masticato un pasticcino iniziamo la nostra intervista, un piccolo ritratto biografico dell’atleta.

Ci racconti come è iniziata la tua avventura?

Stavo giocando con una bottiglia sotto il palazzo di mia nonna, un amico di famiglia,  convince i miei genitori alla tenera età di 4 anni ad iscrivermi a scuola calcio, prendendosi la responsabilità di seguirmi e di guidarmi. Così mi sono iscritto alla scuola calcio “Nereo Rocco” ed ho cominciato a muovere i primi passi. Grazie ad Antonio Negri sono arrivato a Perugia. E’ stata un esperienza bellissima, sono stato da solo in albergo, naturalmente la difficoltà che ho dovuto superare è quella di aver lasciato la mia famiglia e gli amici. E’ una cosa bruttissima ma allo stesso tempo bellissima, perché nonostante la lontananza i miei genitori sono sempre stati presenti. Sono stati degli anni spensierati anche perché ho ritrovato dei miei amici da Pozzuoli e da Ischia. Sfortunatamente il Perugia calcio fallì, come conseguenza dello scandalo dei Gaucci, e nuovamente grazie all’intermediazione di Antonio Negri ho trovato una nuova società: mi sono trasferito a Modena. Devo tanto ad Antonio, si è preso cura di me e mi ha aperto le porte nel mondo del calcio. L’avventura al Modena durò poco perché, in questo caso, per me è stato davvero difficile ambientarmi provando una forte nostalgia per casa.

Dopo Modena cosa è successo?

A 13 anni sono tornato a casa, ho continuato a giocare a calcio nella Mariano Keller, piccola società del mio quartiere. Dopo 6 mesi mi fu recapitata una richiesta dalla Juventus. Mio padre, conoscendo il mio carattere e data la mia esperienza negativa di Modena, ha valutato saggiamente di rifiutare l’offerta. A Torino, a quell’età, non so se sarei riuscito a superare le solite difficoltà d’ambientamento, mi ha fatto piacere ricevere l’offerta dal club bianconero. Non è roba da tutti i giorni!

Come arrivi a vestire la mitica maglia azzurra?

Dal Mariano Keller sono stato adocchiato da Giuseppe Santoro, attuale team manager del Napoli, e dopo tanti provini approdai al Napoli. In particolare ricordo un torneo ad Ascea Marina, vinsi la classifica marcatori realizzando 10 gol in sei partite. In tutti questi provini ho pensato esclusivamente a giocare a calcio e dare il massimo, non pensando a quello che il destino poteva regalarmi.

Con il Napoli, nella categoria Allievi nazionali hai vinto  la classifica marcatori con 20 reti.  Potresti definirmi il momento in cui hai avuto la consapevolezza di diventare calciatore?

Stavo a Castellamare di Stabia per Juve Stabia-Napoli, la partita si concluse in pareggio grazie ad un mio gol. Non ti nascondo che è stata la mia prestazione migliore negli allievi nazionali. Il giorno seguente, alle sette del mattino, mio padr e riceve una telefonata dalla dirigenza del Napoli che mi invitava a firmare il contratto. Io non ho mai avuto contatti diretti con gli osservatori del Chelsea, perché loro sono entrati in contatto con il mio procuratore, Umberto Calaiò. Devo dire che il Napoli già da tempo stava impostando un progetto su di me, e per questo motivo Pierpaolo Marino per evitare che andassi via da Napoli concluse le pratiche per il tesseramento.

“I soldi non ti fanno diventare calciatore”, ci racconti concretamente a cosa hai rinunciato non andando al Chelesa?

Io ho rifiutato il Chelsea per restare con la maglia del Napoli, dal punto di vista economico  ho rifiutato 300.000 euro come bonus per il trasferimento e 8.000 euro d’ingaggio mensili. Erano tanti soldi per lasciare Napoli, ma questi non ti appagano per la soddisfazione di giocare nella mia squadra del cuore, la voglia di restare  e la fiducia del direttore Marino che ha sempre creduto in me. Non sapevo se andavo al Chelsea e sarei diventato un calciatore a tutti gli effetti. Non ero sicuro che sarei potuto esplodere, anzi la mia più grande preoccupazione era quella di potermi bruciare. Davanti a me si è aperto un bivio: da una parte c’era il Napoli, il mio Napoli, stavo pian piano inserendomi e vedevo attorno a me tanta fiducia nella società; dall’altra il Chelsea, poteva essere un esperienza affascinante, ma non ho avuto quelle garanzie che i soldi non possono darti. Dovevo affidarmi ad occhi chiusi perché non sapevo se giocavo o meno. “Poteva essere la strada più semplice o quella più complicata”, aggiunge Francesca. Prosegue Umberto, non dimentichiamoci che qui io già avevo la possibilità di vivere un esperienza unica.

Ti sei mai pentito della scelta fatta?

Il rimpianto è pari allo zero! Allenarsi con la prima squadra è già un palcoscenico importante. Il Napoli è una grande squadra, e non ha nulla da invidiare al Chelsea. Non è un caso che siamo la seconda forza del campionato!

Come ti ha convinto l’ex direttore del Napoli, Pierpaolo Marino, a non cedere alle lusinghe londinesi?

“Puntiamo su di te, abbiamo un progetto importante per te!” Queste furono le sue parole. Il direttore mi propose un contratto da professionista ai minimi federali di Serie A, ed io non ho esitato ad accettare, un progetto con la prima squadra. (Francesca ci ricorda che Umberto è stato il più giovane calciatore a firmare un contratto professionistico nella storia del calcio Napoli). Non ti nascondo che mi è un po’ di spiaciuto per l’addio del direttore Marino, ma comunque continuiamo a sentirci nelle ricorrenze festive. Ho un grande affetto per Pierpaolo Marino, devo tanto a lui non solo a livello calcistico. Mi è stato molto vicino dal punto di vista umano. Dato che mio padre ha avuto in passato un problema di salute, il direttore si è messo a disposizione indirizzandoci per le cure mediche, dai migliori specialisti. E’ andato al di là del calcio.

Qual è stato il giorno più bello della tua giovane carriera?

Il giorno in cui ho firmato il contratto è stato il giorno, per adesso, più bello della mia vita. Abbiamo festeggiato, perché sono stato uno dei primi in Italia a firmare non ancora diciottenne. C’è stata un euforia generale nel mio quartiere, hanno sparato fuochi d’artificio, centinaia di persone sono accorse davanti al negozio di mio padre, l’affetto dei miei amici della curva B.

Ci parli di Mazzarri, l’uomo che ha portato il Napoli nel giro di un anno e mezzo dalla zona retrocessione a lottare per lo scudetto?

Mazzarri è stratosferico, è uno degli allenatori che ho avuto che mi ha impressionato di più. Il mister ti entra nella testa. Studia ogni minimo particolare, non lascia mai nulla al caso. Dopo il ritiro estivo Folgaria ed ho avuto la possibilità di trasferirmi ad Avellino, gli ho mandato un messaggio di ringraziamento. Il mister mi ha risposto immediatamente, raccomandandomi di mettere in pratica gli insegnamenti che avevo appreso. Mi ha colpito molto perché mi ha caricato, dicendomi che avevo qualità e che potevo fare strada. Il consiglio più importante che mi ha dato è quello di rimanere sempre concentrato e di non mollare mai fino all’ultimo secondo. Nei momenti di difficoltà Mazzarri ti trasmette calma, gioca molto sul nostro fattore psicologico, è capace di dare lo stimolo giusto a ciascuno di noi.  Mazzarri  crede molto nei giovani. Ci ripete spesso che dalla primavera alla prima squadra dobbiamo essere tutti pronti, e possiamo essere chiamati a dare il nostro contributo in qualsiasi momento.

Ci descrivi la tua più bella prodezza?

Il gol più bello che ho fatto è stato ad Ascoli. Ho avuto una palla a centrocampo, ho dribblato due avversari, ho fatto  passi in avanti. Stavo sulla destra e sono rientrato di sinistro, non ci ho pensato su due volte ed ho calciato bolide da 35 metri che si è stampato all’incrocio dei pali

Dopo essere stato inserito nelle liste intertoto nel 2008, hai vissuto in estate l’entusiasmante esperienza di andare in ritiro con la prima squadra a Folgaria. Ci racconti come l’hai vissuta?

Ricordo Santoro arrivò nello spogliatoio con le convocazioni. Non ho parole per descriverti la mia gioia, è stato qualcosa di davvero molto grande. E’ stato come vivere un sogno ad occhi aperti e per giunto era tutto vero, e non solo un sogno! Ricordo che disputai una grande partita in pre-campionato, in amichevole con il Mezzocorona, servendo l’assist per il gol del Pocho. Sono orgoglioso di allenarmi calciatori importanti come Lavezzi, Cavani, Hamsik, Cannavaro, Pazienza, Aronica, De Sanctis, io quando sto con loro sto da dio.

Qual è il tuo rapporto con la prima squadra? Con chi hai legato di più?

Tutti i compagni di squadra ti aiutano, ti danno coraggio e sono pronti ad insegnarti qualcosa. Ma se devo fare un nome dico Paolo Cannavaro. E’ un mentore per me, un fratello maggiore. Quando non avevo la patente di guida, si è sempre offerto per venirmi a prendere sotto casa ed andare insieme agli allenamenti. Paolo è una persona molto gioviale, è pronto a scherzare con me quando c’è l’occasione ma anche a richiamarmi in campo quando sbaglio, e naturalmente a farmi i complimenti quando rispondo bene in campo. E’ importante allenarsi con lui perché è molto esperto, ed in serie A nessuno ti regala niente. Non ti nascondo che quando fischiano Paolo per un piccolo errore, mi dispiace perché non tutti sanno che è una persona altruista e speciale, ed in particolar modo ci tiene tantissimo per il Napoli calcio, a prescindere dalla fascia di capitano.

Il Napoli è una delle realtà più belle di questo campionato, è tornato ad esprimersi ad alti livelli. Settimana dopo settimana gli azzurri sono accompagnati dall’entusiasmo ed euforia. Ma qual è l’arma vincente di questo Napoli?

Il segreto di questo Napoli è il gruppo, siamo tutti compatti ed abbiamo una stima reciproca l’uno verso l’altro. Ci alleniamo sempre a cento all’ora. Il Napoli si allena come una squadra che si deve salvare, tutti abbiamo una grande motivazione a spingerci oltre i nostri limiti. Il Napoli vince le partite con grande intensità e fisicità

Abbiamo parlato spesso della tua famiglia, ci descrivi che valore ha per te?

Per me la famiglia è tutto. Io ho passato momenti “veramente” difficili, e mi sono trovato solo mia moglie, mio figlio e la mia famiglia. Quando tutto è rosa e fiori vedi accanto a te molte persone, poi quando se ne va il sole e rimane la luna, è tutto buio. Sono mia moglie e mio figlio a darmi quella forza per superiore ogni ostacolo, di svegliarmi ogni mattina come un leone e a darmi quella voglia di affermarmi ad alti livelli.

Qual è il sacrificio più grande che devi affrontare ogni giorno?

Andare a fare gli allenamenti e lasciare mia moglie sola a casa. Io e Francesca siamo cresciuti insieme, ci conosciamo da quando eravamo bambini, lei mi segue e ogni giorno mi sprona a dare il meglio. Sono fortunato ad avere una donna come lei accanto a me. Dato che sono una buona forchetta l’altro sacrificio che devo fare è quello di mangiare poco e soprattutto regolare. Devo stare sempre attento a cosa mangio e a cosa bevo per mantenermi in forma. Francesca è un’ottima cuoca, per fare uno strappo alla regola scelgo sempre uno spaghetto e vongole.

Oltre al calcio, cosa ti piace fare?

Adoro trascorrere il mio tempo libero con la mia famiglia, mi piace fare il Papà a tempo pieno. Io e Francesca amiamo fare una vita tranquilla e fare tutti i sacrifici per arrivare più in alto possibile. Non amiamo fare vita mondana e fare tardi la notte. Conduciamo una vita semplice. Mi piace andare al ristorante per cenare fuori con mia moglie e il piccolo Genny. Non adoro il cinema, ma mi  rilassò davanti alla Tv, e mi piace vedere programmi tipo il Grande Fratello o fiction. Francesca interviene nel discorso e simpaticamente aggiunge: “ad Umberto piace molto guardare il calcio in tv, è capace di guardare  per due o tre volte consecutive la replica della partita del suo Napoli”.

L’intervista si conclude con quest’ultima domanda, ma la mia chiacchierata in compagnia di Umberto e Francesca non è terminata: è andata oltre il calcio! Ci siamo confidati le nostre paure e perplessità, i nostri sogni e le nostre aspettative. Umberto Varriale ha meritato sul campo il suo valore di calciatore, macinando kilometri a volontà e sudando qualche centinaia di maglie. Dal punto di vista calcistico le sue qualità sono note, è un talento del nostro calcio, non si discute. Molti lo hanno paragonato per le sue caratteristiche tecniche ad Antonio Di Natale, però dal mio punto di vista è il vero “gioiello di Napoli”. E’ un gioiello perché è il volto pulito di questa città alle prese con tante difficoltà. La Napoli di Varriale è quella genuina, che ogni giorno lotta e si sacrifica, ed è priva di quel pregiudizio che tutti i malpensanti da anni sono abituati ad etichettare.

Varriale, nonostante la sua giovanissima età, è un uomo con la “U”, ha spalle larghe e una voce sicura, uno che sta aspettando il suo momento, senza ansie ma con serenità. I quasi dieci anni che ci separano sono solo dal punto di vista dell’anagrafe, perché dal punto di vista della maturità abbiamo viaggiato sulle stesse frequenze. I ragazzi di oggi sono sempre più affascinati dall’apparenza e dagli egoismi, dovrebbero trovare ispirazione dalla parabola di Umberto Varriale, perché come ci insegna Umberto “la vita è tutt’altra cosa”. Essa non va bevuta in solo sorso, tutto d’un fiato, ma va assaporata per tutto quello che ci sa offrire, momento dopo momento. Uno dei passi che mi ha colpito nel nostro scambio di opinioni  è stato questo: “solo chi è nato con le sofferenze, umiliazioni  e tante porte ricevute in faccia puo’ imparare la legge della strada, ma sopratutto saper vivere”.

Umberto è un ragazzo gentile e dall’animo nobile. E’ padre affettuoso ed un marito attento, non ama gli eccessi ma vive di virtù. Anche il sottoscritto ha imparato tanto dalla lezione di vita impartita dal giovane azzurro: credere in se stessi e disfarsi dei valori materiali. Umberto, infatti, ogni mattina continua ad aiutare il padre nella propria attività di recupero di metalli. Questo gli fa onore ed ha già vinto il suo personale pallone d’oro nella vita! Non dimenticherò mai questa giornata, è uno dei ricordi che custodirò gelosamente. I volti sereni e tranquilli di Umberto e Francesca hanno ridefinito il mio concetto personale “di famiglia”.

Concludo ringraziando di cuore la famiglia Varriale perché con la sua ospitalità e il suo affetto ha fatto sentire il sottoscritto un giornalista titolato. Ringrazio Umberto perché ha realizzato un mio piccolo sogno:  intervistare e conoscere personalmente un calciatore del Napoli. Sono giunto a casa sua con l’intento di fare uno scoop, e ne sono uscito con  qualcosa di veramente importante: un amico a cui raccontare la mia vita. Non è questa la magia del calcio? Prima o poi vedremo  Varriale mettere a segno il suo primo gol in serie A, lo vedremo correre felice contro il vento, urlando al mondo tutta la sua felicità.

Alessandro D’Auria

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