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Dylan Tombides e gli uomini che non si arrendono


Chissà dove se ne sarà andato. Un gol in carriera, per un attaccante, è davvero poco. Era il 2011, erano i The Joyes, e Dylan Tombides segnò l’1-0. Poi, il nulla.

Il nulla, non per colpa sua. Di colpe (se così le vogliamo chiamare) Tombides ne aveva poche, pochissime. Australiano, nato l’8 marzo del ’94, ha fatto subito parlare di sé. Spalle larghe, velocità: presenze nella nazionale Unider 17 prima, e nella Under 23 australiana poi.

Poi, nel 2011, il nulla. Dopo un normalissimo test antidoping alla fine di un match contro l’Uzbekistan, Dylan scopre di avere un tumore al testicolo. Si giocava in Messico, erano i mondiali Under-17. Avevano appena perso 4-0. Dicono che quando arrivò la telefonata, Dylan si rivolse al padre, ansioso: “Papà, questo mi ucciderà?”. La voglia di lottare, però, non gli è mai mancata. La partita la vinse lui. Dylan si ristabilì nel giro di un anno: nel 2012 era già in campo, ad allenarsi.

Ogni mattina Dylan si alzava alle 9, andava in bagno e si guardava allo specchio: una cicatrice di 10 centimetri, dal petto all’ombelico, gli rimbalzava davanti agli occhi. Il suo sogno più grande era vestire, almeno per una volta, la maglia della sua squadra in prima divisione: il West Ham.

“Tutto quello che ho sempre voluto essere era un calciatore professionista con il West Ham” – raccontava. Per tutte le notti all’Ospedale di San Bartolomeo, Dylan non è mai stato solo. I genitori, il fratello maggiore, tutti i compagni di squadra erano con lui. “I miei compagni volevano farmi visita, ma ho detto loro di no perché non potevo rimanere sveglio per più di 15 minuti e non riuscivo a ricordare sempre quello che stava accadendo”.

Nel 2012, poi, il ritorno della malattia. Il 25 settembre gli fu concesso di esordire in West Ham-Wigan, nella League Cup. Era la sua unica apparizione in prima squadra: finì 4-1 per il Wigan. Ma furono 6 minuti da dio per Dylan.

Venerdì scorso Dylan se n’è andato. Domenica, prima del derby londinese tra West Ham e Crystal Palace si è osservato un minuto di raccoglimento. Tanti applausi e qualche lacrima prima che Mile Jedinak siglasse il definitivo 0-1 dal dischetto.

Quella di Dylan James Tombides rimane una bella storia. Sì, una bella storia di calcio. Di chi non molla, e lotta per giocare anche solo 6 minuti per la propria squadra del cuore.

La domanda, però, continua a ronzare: si può essere felici a 20 anni, quando sei attaccante, hai un cancro, e hai segnato solo un gol nella tua carriera? Forse, dopo la storia di Dylan, la risposta è sì…

Ciao Dylan

Raffaele Nappi

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