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Ugo Villa rimasto in Cina


Nel film “Mediterraneo”, di Gabriele Salvatores, durante la seconda guerra mondiale, un gruppo di soldati della Brigata “Garibaldi” approda su un’isola del mar Egeo, in Grecia. I militari italiani dapprima credono che l’isola sia deserta, poi, in seguito a particolari incontri, si accorgono di non essere soli, prima di accorgersi, invece, che là fuori, oltre l’orizzonte celeste di un mare puro e antico, il mondo sta cambiando, facendo a meno di loro e dello loro smarrimento in mezzo alle atrocità della guerra. I soldati, avendo legato con i locali, riusciranno a trovare la giusta ricetta per aspettare la libertà e il ritorno in patria.

È questa, apparentemente soltanto di un film, la storia vissuta da tanti militari partiti per la guerra e poi costretti a riorganizzarsi la vita presso terre sperdute e lontane, all’inizio inospitali e poi calorose e accoglienti come l’ingresso di casa. Tra queste, c’è la storia di Ugo Villa, marinaio sfuggito agli orrori praticando il calcio nella lontana e sconfinata Cina.

Villa, cognome che rievoca figuri letterari e uomini da rivoluzione. Nulla di ribelle, invece, nel personaggio che ha vestito i panni dell’anonimato durante la guerra, e, dalla guerra sorpreso, costretto a starsene a lungo tanto lontano dalla sua terra, in parte anche all’oscuro delle vicissitudini intorno alla storia conflittuale italiana della prima metà degli anni ‘quaranta. Proprio come i soldati di Salvatores, trattenuti su un’isola perché dimenticati dalla loro provenienza. La guerra fa pure così. Sparpaglia gli uomini tra il suo disordine, e, dimenticandoseli, non rivela più dove siano andati a finire.

Arruolatosi in marina nel 1938, Ugo Villa, viene subito mandato in Cina, prima a Pechino e poi a Tientsin, nella spedizione del battaglione San Marco impegnato sul fronte orientale. A causa dei cambiamenti della guerra, Ugo e i suoi compagni sono costretti a restarsene in Cina, in un paese nemico in mezzo ai nemici, perché in Italia sono stati dimenticati. In un intervista, dopo tanti anni, Ugo ha rivelato che è riuscito a sopravvivere grazie al calcio. Avendo, da ragazzo, giocato nella Erbese, la squadra del suo luogo di nascita, in Cina Ugo, trova posto come calciatore, in mezzo a giapponesi, inglesi e francesi.

L’avamposto di Tientsin viene conquistato dai giapponesi, e il nuovo controllo del presidio fa sì che diminuiscano le tensioni. Ugo gioca in una squadra dove fa il centravanti, ingaggiato da un ricco mandarino cinese che gli dà l’opportunità di scovare qualcosa che gli restituisca identità, laddove la guerra aveva abbattuto da tempo ogni speranza di ritrovare origini e appartenenze. Per Ugo, la vita si trasforma in un sorriso sotto due occhi a mandorla, perché la sua sventura finisce per salvarlo dai risvolti più brutali della guerra, grazie al suo inatteso e insolito confino. Gioca su molti campi, insieme ai suoi compagni, pagati per correre dietro al pallone e con la sporadica concessione di qualche diversivo. Insomma, per Ugo Villa la guerra inizia e finisce in Cina, dove solo a debita distanza può apprendere delle violente vicende che caratterizzano l’evento più tragico del Novecento.

Il fronte cino-giapponese è tra i più cruenti. La campagna del Pacifico causa milioni di morti, ma, nonostante tutto, Ugo riesce a evitare di finire sui campi di battaglia. Il pallone lo salva, perché gli fornisce un’identità, una funzione dalla quale nessuno pensa di staccarlo. Aver trovato un significato, in anni e anni di distacco, gli ha salvato la vita.

Intanto, quando gli statunitensi sganciano l’atomica sul Giappone, Ugo è a Shangai. È l’inizio della fine. La resistenza giapponese cade, e la guerra volge al termine. I cinesi odiano i giapponesi, a causa della rivalità politica e militare e dei crimini commessi da questi ultimi contro la popolazione cinese. Famosa è la strage di Nanchino, dove l’esercito giapponese commise ogni sorta di atrocità.

Ugo Villa, nel frattempo, spera, insieme ai suoi compagni, di ritornare a casa. Il governo italiano sembra aver completamente abbandonato i propri militari sparsi per il mondo. Alcuni dei sopravvissuti non riescono a fare ritorno da soli, e Ugo è tra questi. Un giorno, però, una nave americana sbarca sulle coste cinesi, per imbarcare tutti gli italiani in Cina. È il 1947, e, per Ugo e i suoi commilitoni, sono passati quasi dieci anni. Dieci anni di Cina e di pallone in mezzo alla guerra.

Quando Ugo Villa sale sulla nave che lo riporterà nel suo paese, è il 1947. Di lì a poco, la Cina sarebbe stata sconvolta dalla rivoluzione maoista. Stavolta, mentre Ugo avrebbe ripristinato la sua vita di un tempo, un intera nazione sarebbe stata costretta ad affrontare un grande cambiamento. È la guerra, con le sue violazioni e le sue imprevedibili modalità salvifiche. E nessuno si meravigli se dovesse rimbalzarci pure un pallone. È accaduto ai soldati di Salvatores, e a quelli “veri”, come Ugo Villa.

 

Sebastiano Di Paolo, alias Elio Goka