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Le partite memorabili, Napoli-Juventus


C’è la Juve, si diceva. E non era un incubo, non era l’uomo nero di questi tiepidi odierni appassionati, dimessi all’opinione da quotidiano di regime calcistico. Quando ero bambino e andavo allo stadio, quando sentivo dire c’è la Juve, non era un sussurro di paura e di rassegnazione, né il cauto bisbiglio delle generazioni sportive che col giornale sotto il braccio fanno gli allenatori, senza cedere il passo all’emozione e allo spirito di appartenenza.

Ricordo che dalle dichiarazioni nelle interviste di Maradona, la Juventus era rispettata e ammirata, ma mai temuta. E allora, in quegli anni, di quando andavo allo stadio e mi rimpicciolivo nella fila al botteghino, per sembrare ancor più piccolo di quanto già fossi, onde evitare di comprare il biglietto, perché i più piccoli non pagavano, godevano d’ingresso libero allo stadio, perché, allora, lo stadio era un’altra cosa. Se lo sono perduti, quel luogo sacro e voluto bene, i nuovi tifosi costretti a fare il check in prima di entrare nel settore preceduto da mille e inutili controlli, col tagliando contrassegnato manco fosse un documento d’identità, passaporto di una malizia di massa e di un tesseramento che sa più di presa in giro poliziesca che di reale volontà di rimuovere la becera teppaglia dagli stadi.

E mi ricordo, e come, che ai cancelli giallo sbiadito della curva o dei distinti, mi piegavo un po’ sulle ginocchia, e, sistematicamente, il “controllore” di turno guardava prima mio padre col sorriso e poi me, con aria seriosa e severissima, spedendomi dentro dopo aver strizzato l’occhio, senza prima avermi scompigliato i capelli dopo una bella risata liberatoria o con un forza Napoli che ci stava sempre bene.

Era il mio check in allo stadio, era il momento che non mi faceva dormire per tutta la notte prima della partita. Così mi ha educato la passione. A non avere paura dell’avversario, ma solo a godermi l’attesa della mischia, a stringermi nel capogiro di quando lo stadio mi si apriva davanti col suo furibondo brusio. Il tifo da bambino sapeva di intimità. E quando il giorno prima mi dicevano vai allo stadio, c’è la Juve, per me era la chiamata fiera della domenica, all’attesa di ore e ore nello stadio, alla partita vissuta saltellando dietro a tutti quelli più alti di me, per non perdermi niente che sarebbe ricomparso in televisione, che mille e mille volte avrei rivisto, in un replay a velocità reale, ma per me pur sempre una ripetizione, perché la realtà l’avevo già vissuta, e appieno, senza trucchi e senza  rallenty.

E una sera, sabato primo settembre 1990, al San Paolo andai a vedere Napoli-Juventus, finale di Supercoppa italiana. Avevo poco più di dieci anni, e ne avevo già viste tante di partite allo stadio, contro squadre grandi e piccole. Ero stato svezzato presto alla curva e agli altri settori, che, a differenza di altri stadi, tenevano a somigliarsi un po’. Quella sera c’era la Juve, e il solito ordine perentorio e interiore mi aveva disordinato dentro e riordinato per l’occasione. La finale contro la Juve.

Ingresso tribuna laterale superiore, e un amico di mio padre, milanista, fu subito stordito dai piatti di Mario “o’Messicano”, noto personaggio da folklore del San Paolo. Mario sembrava un sacerdote bianco col sombrero, sotto il suo grande cappello messicano con tanti corni e ciondoli appesi. Pronto a vibrare i suoi piatti dorati, lo sentivi da un capo all’altro dello stadio. Uno di quei colpi di piatti a distanza ravvicinata, fu l’accoglienza all’amico milanista che era andato allo stadio per assistere, a suo dire, a una grande partita, e non per le ragioni che invece avevano spinto gli altri ottantamila a dirsi sottovoce c’è la Juve.

Lo stadio della recente semifinale del Campionato del Mondo disputato in Italia in quell’anno, l’unico a non aver fischiato l’inno argentino, per ovvie ragioni, ebbe la sua vendetta. La mortificazione ad opera dell’Italia dei benpensanti all’idolo Maradona, durante quella finale fasulla tra Argentina e Germania, all’Olimpico di Roma, fu ribaltata al San Paolo, nella maniera più spettacolare e sottile possibile, dal più sonoro dei cinque a uno, davanti a un pubblico in delirio, alla Supercoppa dipinta d’azzurro e alla testa china di una Juve disastrosa e disastrata, guidata dalle velleità tattiche di un Gigi Maifredi poi destinato a durare poco sulla panchina bianconera.

Cinque a uno, e fu lo show di un Napoli che in quella stessa stagione si sarebbe purtroppo disunito sotto i colpi delle disavventure societarie e del suo più grande numero dieci di sempre.

Ma quella notte del primo settembre ‘90, al ritorno in auto, in mezzo al traffico di Fuorigrotta e di Mergellina, con l’amico milanista ancora intontito dalla “sonata” di Mario o’Messicano, io, con gli occhi ricolmi di novanta minuti senza precedenti, lo immaginai. Oltre a Maradona, Careca e compagni, prima della partita dovettero pensarlo in tanti. C’è la Juve. E Napoli fu.

 

sebastiano di paolo

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