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Alvaro Recoba, quel mancino che incanta ancora


Inaffondabile. La classe non muore mai. Sdraiata nel bel mezzo della clessidra, sgambetta il tempo e sollazza spavalda. La follia di Alvaro “El chino” Recoba è una pagina sempre vuota, una dedica ancora da scrivere a tutti gli amanti del calcio. L’altro ieri l’ultima morbida pennellata, la rete che ha deciso la finale del campionato uruguaiano tra Nacional e Defensor Sporting, traghettando la squadra di Montevideo verso il 33esimo titolo nazionale della sua storia. Riesumato. Proprio quando l’avevamo sistemato nella cassapanca degli “incompiuti”. Croce e delizia. Genio e sregolatezza. Magie e scandali. Quel sorriso da eterno bambino. Tanti anni trascorsi in Italia tra Inter, Venezia e Torino. Un altro Zorro del pallone, imbrigliato continuamente nelle pieghe di un insuccesso, infiocchettato come un “pacco” sudamericano, riemergeva puntualmente dagli abissi per lasciare firme indelebili e sparire, ancora. Un simpatico folletto che riconcilia tutti con il mondo del pallone allo stato brado, quello che va oltre obiettivi e business a tutti i costi. Riassaporare l’essenza di una perla dalla lunga distanza, di un colpo di tacco, di un dribbling stretto o di un assist al bacio. Un meraviglioso fuoco pirotecnico che chiude gli occhi un istante dopo averti scosso l’animo. Una fiammata nell’oceano di infortuni, pigrizia e rendimenti altalenanti. Questo è stato Recoba. Questo è stato il suo mancino fatato, di quelli a cui Michelangelo avrebbe detto: “Perché non parli?”.

BACCHETTA MAGICA. Un sinistro leggendario. Calma, nessun paragone con l’Innominabile. Il piede del “Chino” però lascia impietriti, è un dono divino sottovalutato dal destinatario. A volte pare non lo meritasse. Invece è proprio lì che si annida la grandezza della natura. Sfida sé stessa, dotando un uomo indolente di uno strumento raro, consapevole del suo bizzarro utilizzo. Ha raggiunto il suo scopo. Lo spettatore ha sorseggiato emozioni, non le ha inghiottite tutte d’un colpo come fossero un cicchetto da un euro. Per anni ai piedi di questa fonte beffarda, il presidente Massimo Moratti non si è mai dissetato. Amore ai tempi del Vhs. Visionando le videocassette della sua prima esperienza da protagonista al Nacional de Montevideo (33 presenze, 17 gol), lo strappò alla patria per vestirlo di nerazzurro nella stagione 1997-98. Esordio col botto nella prima giornata contro il Brescia. Inter sotto a San Siro a fine primo tempo, Gigi Simoni schiera la carta Recoba al fianco di Ronaldo. Due sassate da cineteca e risultato capovolto. Entusiasmo a mille. Poche settimane ed ecco la sua prima sparizione, suggellata da un infortunio. Passano i mesi e quei fulmini di fine estate non mantengono la promessa di temporale. Primi malumori, quest’uruguaiano sarà un bidone. Maggio ’98, stadio “Castellani” di Empoli. I nerazzurri sono in svantaggio. L’attaccante “orientaleggiante” riceve palla appena dopo il cerchio di centrocampo, tutto spostato sulla sinistra. Estrae dal cilindro un arcobaleno con tutti i colori della critica. Dritto all’incrocio.

INAFFERRABILE YO-YO. E’ tornato. Anzi no. La stagione successiva viene ceduto in prestito al Venezia dal mese di gennaio, nell’Inter non trova spazio. E’ la sua occasione, deve dimostrare quanto può essere decisivo. Si carica la squadra veneta sulle spalle e cammina per sei mesi sulle acque della Laguna. 11 gol, tanti di pregevole fattura, un numero sconfinato di assist per il suo compagno di reparto Maniero. Diviene l’idolo della cavalcata per una salvezza a Natale piuttosto compromessa. E’ la sua consacrazione, all’Inter farà faville. Niente da fare. Annate con alti e bassi, più dicerie che presenze in campo. Chi gli addebita una perenne fragilità fisica, chi lo taccia di scarso impegno, per alcuni addirittura saltava con disinvoltura gli allenamenti. Uno jet che non decolla mai, se non per raggiungere la sua Lorena e i piccoli Natalie e Jeremia in Uruguay. Fa più notizia fuori dal rettangolo di gioco, coinvolto nell’inchiesta sui passaporti falsi: squalifica di quattro mesi, poi nel 2006 patteggia una pena pecuniaria. Nel complesso trascorre 10 anni a Milano, segnando 72 reti in gare ufficiali. La sua bacheca narra di ben sette trofei, ma il suo marchio è poco visibile: 2 campionati, 2 Coppe Italia, 2 Supercoppe e una Coppa Uefa. Nel tourbillon del suo travagliato soggiorno in Italia regala nell’aprile del 2007 la sua ultima prodezza ai tifosi italiani, realizzando al Meazza un gol da calcio d’angolo, nuovamente contro l’Empoli (nessuno ha mai pensato di spedirlo in Toscana?). La banalità, questa sconosciuta. Il Torino vuole puntare su di lui nel 2007, ma è un altro amaro fallimento.

SEMPREVERDE. Lascia il nostro Paese e inizia a girovagare senza meta, alla ricerca di un talento imbalsamato e di stimoli annichiliti dai troppi anni gettati alle ortiche. Dal Panionios (Grecia) torna ad indossare la maglia del Danubio, squadra in cui è cresciuto. Sembra il capolinea della sua carriera, coinvolto nel vortice degli ex giocatori. Ma lui, appassionato di pesca, ha sempre un amo a cui appendere i propri sogni. La canna è nelle mani del Nacional, la sua ultima opportunità. “E’ un giocatore finito”, accusavano i media locali, polemizzando sulle scelte societarie. La sua fioca stella non smette di brillare. Sigla otto reti. Nel dicembre 2011 mette a segno una marcatura fondamentale nella gara con il Liverpool, spianando la strada alla vittoria del Torneo d’Apertura. Sabato scorso, a 36 anni suonati, si è dimostrato ancora capace di disorientare un difensore con una finta e beffare il portiere con un lob delicatissimo, sintesi di tecnica e astuzia. Mandare in visibilio il “Centenario” è la sua ennesima rivincita. “Una gioia immensa, indescrivibile”, dirà nel post-partita. Il suo primo trofeo conquistato da prima donna, incredibile ma vero. Sempre con lo stesso sorriso, quello da ragazzino svogliato e incompreso, “intelligente ma non si applica”. Resta la delusione per tanta fantasia smarrita nel deserto della mediocrità. Nato per vincere, ha giocato a rincorrersi, a pedinare l’incanto. Non volgere lo sguardo indietro, Alvaro, saliresti sulla giostra dei rimorsi. Hai amato vacillare sull’orlo del precipizio, il tuo estro ne ha sniffato la vitalità. Non cadrai giù, non passerai mai di moda.

 

 

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