Josè Luis Calderon, il Bue ripudiato dall'Asinello

Josè Luis Calderon, il Bue ripudiato dall'Asinello

Il fiuto del gol di Gabriel Batistuta. La concretezza di Omar Sivori. “Arieti mancini come lui se ne vedono pochi in giro”, aveva preannunciato Cesar Menotti, suo allenatore all’Independiente. Così era stato accolto Josè Luis Calderon all’ombra del Vesuvio. Un tappeto rosso attendeva l’argentino all’aeroporto di Capodichino. Era lui la punta di diamante del mercato estivo del Napoli nel 1997, operazione targata Ferlaino e Innocenti. Una punta sì, ma di una vecchia matita, una di quelle destinate a lasciare il foglio immacolato. Un pippero mostruoso, capace di fare sfracelli in Sudamerica, ma disastroso in Italia. Protagonista, con altre aitanti comparse, di una delle peggiori stagioni della storia del Napoli: 14 punti, due sole vittorie e una desolante retrocessione in serie B.

PROFILO. Nato a La Plata, classe 1970, Calderon debutta in serie C nel Club Defensores de Cambaceres. Viene rilevato nel ’92 dall’Estudiantes (la sua squadra del cuore), dove realizza 55 reti in tre stagioni e contribuisce alla scalata del club fino alla prima divisione. Entra di buon diritto nelle mire dell’Independiente, che lo acquista nel 1996 per 2,5 miliardi. Dopo un primo periodo di assestamento, “El Caldera” esplode e colleziona 25 gol nelle ultime 21 gare, laureandosi vice-capocannoniere del campionato argentino. “Predatore dai capelli rasati, testa di toro, corpo da leone e volo d'aquila ha accumulato i suoi 77 chili e ha messo a segno un destro corto”: così il settimanale “El Grafico” esalta la sua rete contro l’Estudiantes di La Plata. Entra nel giro della Nazionale, ma la sua convocazione per la Coppa America è solo un fuoco di paglia. Il ct Passarella gli concede qualche chance, ma il centravanti sa bene come gettarla al vento. Intanto i media argentini lo osannano ed è divenuto l’idolo dei tifosi dell’Independiente.

CONTROPACCOTTO. Si crea clamore intorno al colosso sudamericano e l’unico pollastro a credere alle Cronache di Narnia è l’Ing. Ferlaino. Nella gestione di fine secolo Napoli si era specializzata nella raccolta “indifferenziata” in giro per le discariche planetarie. Ma quella stagione ‘97/’98 è di certo la più prolifica in quanto a bidoni. Oltre all’attaccante, la società scopre, o meglio “scoperchia”, talenti del calibro di Prunier, Crasson, Stojak, promesse del calcio mai mantenute. La trattativa per Calderon si rivela estenuante e va in porto per la modica cifra di 7,5 miliardi. Un colpaccio, anche la stampa italiana avalla le fatiche della dirigenza napoletana. Giunto a Soccavo, il Caldera lascia di stucco i giornalisti: “Voglio segnare più reti del mio connazionale Antonio Valentin Angelillo (33 gol su 33 presenze in serie A nel 1958)”. Sei, ripeto sei, catastrofiche presenze in maglia azzurra. Il tabellino dei marcatori, questo sconosciuto. L’ultimo tango argentino danzato mestamente a Bologna, dove perde anche la dignità: Bellucci gli rifila uno sputo in pieno viso dopo un battibecco su chi dei due dovesse calciare un rigore. E’ il suo punto più basso. Nessuno dei vari allenatori susseguitisi in quella sciagurata annata partenopea prova a riesumarlo.

Un totale naufragio collettivo, nel quale nemmeno Galeone rimane a galla. Anzi quest’ultimo inveisce contro Calderon, sostenendo che non sia in grado di giocare “più di cinque minuti”. Chissà cosa avrà titolato “El Grafico”. Altro che 77 chili, corpo da leone e volo d’aquila. Il suo amato Josè si distingue solo per la mole sempre più imponente. Ormai è più vicino a sembrare un bue, l’”Asinello” si sente soffocare: nemmeno il bambin Gesù l’avrebbe tollerato. A fine gennaio il volo per Buenos Aires è già prenotato e l’Independiente lo riabbraccia sborsando solo 2 miliardi. Beh, un affarone. E pensare che il pubblico di Napoli aveva caricato di aspettative il nuovo Messia made in Argentina, scatenate dagli illustri precedenti. La foto rituale ad inizio stagione sotto la gigantografia di Diego Maradona era parsa un passaggio di consegne. Appena sei mesi dopo se qualcuno avesse potuto, l’avrebbe riaccompagnato a sue spese tra le braccia del caro Menotti. Ma alcuni segni tangibili li ha lasciati: un pallonetto da 30 mt all’esordio, ovviamente fuori dallo specchio e un gol al Leffe in precampionato. Segni profondi, cicatrici eterne. Dopo quella rete sottolineò: “So bene che le marcature estive non hanno valore. Ma io mi prenoto per il campionato”. Mah. Magari non avrà pagato la caparra, l’unica certezza è che l’albergo dei cannonieri italiani non ha mai avuto il piacere di ospitarlo.

FIGLIOL PRODIGO. Tornato in patria, però, riprende a far gol a grappoli e una sua prodezza da 48 mt contro il Boca Juniors fa il giro del mondo. Ancora 34 reti prima di trasferirsi in Messico per vestire le maglie di Atlas e Club America, destando sempre buone impressioni. Nel 2004 si ristabilisce nei pressi di Buenos Aires e gioca per l’Arsenal de Sarandi. Infine si riappropria delle sue origini e torna all’Estudiantes, dove ancora nel 2009 non disdegna buone prestazioni (5 marcature quell’anno). A 38 anni aveva saggiamente deciso di appendere le scarpette al chiodo alla fine del torneo di clausura. Ma aveva ancora un sogno: diventare un calciatore. Anzi no, scusate. Voleva solcare la soglia delle 200 reti ufficiali, distante solo 2 passi. Riuscì nell’entusiasmante impresa con la maglia dell’Argentinos Juniors. Nel 2010, a 40 anni suonati, ha chiuso la carriera nel suo club natìo, il Defensores de Cambaceres (inquietante già solo la pronuncia), eretto per merito a simbolo della patria. I suoi tifosi hanno pianto, noi pure ma qualche anno prima. Un po’ come per Alex Del Piero, vantando su per giù gli stessi trofei. Sparito dalla pagina sportiva anche dei quotidiani locali, è riapparso mestamente a marzo di quest’anno. La dirigenza del Gimnasia y Esgrima de Jujuy (Primera B Nacional argentina) ha deciso di esonerarlo. Tralasciando la lungimiranza e la saggezza calcistica di chi lo ha ingaggiato, fa tenerezza pensare a questo povero ragazzo che finisce sotto la luce dei riflettori solo quando ricama fallimenti.

Insomma un puntero dal rendimento elevato in Sudamerica, rivelatosi una meteora nel campionato italiano. Un tonfo dovuto alla sua incapacità di affermarsi, ma anche ad un contesto societario e ambientale certamente inadeguato. Citato anche nella letteratura di settore, con un capitolo dedicatogli da Cristian Vitali nel suo Calciobidoni – Non comprate quello straniero. Da quell’esperienza traumatica nella città di Partenope, ogni qualvolta si è saputo dell’arrivo di bond argentini dal pedigree molto simile a Calderon, i centralini del 118 sono risultati intasati per ore. German Denis, ad esempio, è riuscito a riscattarsi dopo un avvio quanto meno allarmante. La città di Pulcinella, amante del “pacco” per eccellenza, non avrebbe mai consentito di essere raggirata una seconda volta.

 

 

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