Manè Garrincha – Volume secondo

Le malformazioni, le afflizioni fisiche, la miseria dei luoghi d’origine, le privazioni, le alienanti diffidenze di chi l’aveva conosciuto quando era ancora un ragazzino sgraziato e buon solo per popolare i margini del Brasile, non avevano impedito a Manoel di diventare il grande Garrincha, il calciatore capace di oscurare la “Perla nera”, il mito immortale di Pelè. Le imprese sportive di Manoel dos Santos avevano confermato l’argentea regola che affonda le sue origini nella mitologia classica. Nessuna gloria è pari a quella degli déi, perché anche la luce diamantina del guerriero più forte può essere aggredita mortalmente dall’ombra ingombrante di un altro mito asserragliato nelle trincee dell’ignoto. Molti calciatori e appassionati, dopo i Mondiali del ’58 e del ’62, riconobbero in Garrincha il vero protagonista, più di quanto lo fosse stato il celebrato Pelè.

Eppure, le fiere astute e pazienti di un balordo e decadente destino, dovettero architettare piani insidiosi per tendere, all’atleta glorioso, la trappola ferale di un diabolico epilogo. Sin dall’infanzia, l’esistenza di Manoel non era stata semplice. La perdita della madre, l’alcolismo del padre e le difficoltà della vita, giunte premature a torturarne il suo animo già debole e vulnerabile, perpetrarono ai suoi danni un intimo calvario, in coabitazione coi suoi successi e coi suoi momenti di effimera e momentanea soddisfazione.

A tredici anni iniziò a lavorare in una fabbrica della sua città, l’America Fabril, dove era stato assunto grazie all’intervento di uno dei suoi migliori amici, Franklyn Leocornyl, più conosciuto come Bacoco, che aveva per la seconda volta ribattezzato Manoel, aggiungendo “Francisco” al suo nome, per distinguerlo dagli altri Manoel dos Santos presenti in fabbrica. Ma Garrincha fu licenziato dopo un anno, a causa di gravi inadempienze, primo segnale di quella sua complessa e indicativa incompatibilità col mondo “normale”.

Anche prima di iniziare a giocare con la nazionale brasiliana, Garrincha aveva sostenuto alcuni test psicologici presso periti sportivi, dai quali era emerso un quadro a dir poco imbarazzante. Manoel non era stato nemmeno capace di distinguere la linea orizzontale da quella verticale, e il profilo, secondo le perizie degli psicologi, ne sconsigliò addirittura la convocazione. Secondo un frammento del testo di una perizia, pare che Garrincha “avesse l’intelligenza di un bambino di quattro anni, e che non sarebbe stato idoneo nemmeno per guidare un autobus”. Oltre ad aver ottenuto i punteggi più bassi, Manoel aveva dimostrato una grande insofferenza per l’ordine tattico, costringendo i suoi allenatori a lasciarlo giocare senza vincoli durante le partite, pur dovendo quasi sempre riconoscere come determinanti le giocate ribelli e irriverenti dell’ala destra carioca. Come se non bastasse, l’attitudine di Garrincha alle bravate, non gli evitò numerosi problemi di natura disciplinare. Ai Mondiali di Svezia del 1962, fu costretto a saltare due partite perché trovato ubriaco la sera prima di un incontro. Eppure, contro l’Unione Sovietica, gli bastarono pochi minuti per servire un assist vincente al compagno Vavà e colpire una traversa dopo una grande azione. Ma Garrincha era già troppo ammalato di se stesso, inghiottito da una preoccupante dipendenza dall’alcol. Oltre i malanni congeniti alle sue ossa e alla sua poco ordinaria struttura fisica, la troppa cachaça bevuta negli anni gli procurò numerosi problemi di salute e di natura personale. Anche le dinamiche relazionali divennero presto campo d’azione per il tormento.

Nel 1952, sposò Nair Marques, che gli diede otto figlie. Contemporaneamente al matrimonio con Nair, intrattenne una lunga relazione con Iraci Castilho, che il calciatore non ebbe più il coraggio di abbandonare e con la quale ebbe altri due figli, uno riconosciuto e l’altro rivelato dalla madre solo dopo il compimento del quindicesimo anni di età del ragazzo. Durante una tournee del Botafogo in Svezia, Manoel ebbe una relazione con una diciassettenne, che rimase incinta di Garrincha. Il figlio nato da quell’avventura sentimentale fu battezzato con un nome europeo e, adottato, fu cresciuto in Svezia. Nel 1961, Manoel dos Santos conobbe Elza Soares, nota cantante brasiliana, per la quale Garrincha abbandonò la moglie e le figlie, onde iniziare una nuova e turbolenta relazione, naufragata in un divorzio che costrinse il fuoriclasse del Botafogo ad affrontare una dura crisi finanziaria che gli procurò l’ostilità dell’opinione pubblica e un quasi totale depauperamento. Durante gli anni della sua carriera calcistica, si racconta che Garrincha avesse pagato oltre misura gli alcolici, i taxi e che non avesse alcun senso della misura finanziaria. Pare che, dopo il Campionato del Mondo del ’58, decise di saldare i conti degli avventori del bar da lui frequentato a Pau Grande, in segno di generosità alla sua città d’origine.

Garrincha era fatto così. Non aveva il senso delle proporzioni. Troppo genio gli era entrato dentro, seminando il caos nel suo senno formatosi tra la spontaneità di un ambiente lontano dalle sovrastrutture di un mondo artificioso e smaliziato. La relazione con Elza Soares ebbe anche ripercussioni politiche, essendo la cantante legata al politico riformista Joao Gulart, in un periodo molto delicato per il Brasile. Manoel e Elza, una notte, subirono pure un’improvvisa e “poco garbata” perquisizione, da parte dei militari del regime. Da Elza Soares, Garrincha ebbe anche un figlio, Manoel Junior, detto “Garrinchinha”, che morì a nove anni, in seguito a un incidente stradale.

Alla fine degli anni ‘Sessanta, Garrincha fu condannato perché rifiutatosi di pagare gli alimenti alla prima moglie. Solo l’intervento di una banca riuscì a salvarlo dalla galera. Il 13 aprile del 1969, fu protagonista di un grave incidente automobilistico, dove la suocera Rosaria, madre di Elza, perse la vita dopo essere stata schizzata via dal parabrezza, in seguito a un violento scontro contro un camion di patate. Al processo, Manoel disse di non aver guidato in stato di ubriachezza, ma fu ugualmente condannato a due anni di prigione. Non avendo precedenti penali, la condanna gli fu sospesa. Tormentato dal rimorso, tentò il suicidio poco tempo dopo, inalando del gas. La sua relazione con Elza finì nel 1977, in seguito a un’aggressione ai danni della donna da parte di Manoel, in preda a una forte sbronza.

All’inizio degli anni ‘Ottanta, si sposò un’altra volta, con Vanderleia Vieira. Ma ormai, l’esistenza di Garrincha era solo dipendenza dagli alcolici. Manoel trascorse gli ultimi anni della sua vita lavorando saltuariamente solo per pagarsi da bere.

Il 21 gennaio del 1983, il cuore, il fegato, i polmoni, i reni, l’intestino e il pancreas sono consumati dall’alcol, e Manoel dos Santos, detto “Angelo dalle gambe storte”, “Chaplin del calcio”, “Alegria do povo”, Manè Garrincha, smette di vivere dopo una lunga sofferenza. La stessa sorte, molti anni prima, era toccata al padre, scomparso per una cirrosi causata dall’alcolismo. Manoel morì così, quasi solo, in condizioni molto prossime alla miseria.

Oggi, Manoel dos Santos è sepolto in un cimitero vicino Magè. La sua tomba verte in stato di abbandono, e quasi mai riceve visite. La sua ultima apparizione in campo fu nel giorno di Natale del 1982, in uno stadio di una città vicino a Brasilia, la capitale del Brasile dove per anni lo stadio principale ha portato il suo nome, Stadio “Manè Garrincha”.

Il genio anarchico di Garrincha fu soltanto uno degli spiriti sfrontati e ribelli che gli riempirono l’animo, ricolmo di un personalissimo e privato interno infernale, votato a una caotica e incontenibile spericolatezza, rinchiusa tra una libera espressione e una richiesta di aiuto in costante emergenza. Dentro Garrincha, un’assemblea di altre vite decisero per lui laddove la sua tenera immaturità mai fu in grado di provvedere alla sua reputazione e alla sua incolumità. A nessuno, riservandosi il dovere di un giudizio accorto e prudente, è dato di condannare con disinvoltura le vite altrui. Ma non sarebbe irriverente immaginare il nostro Manoel come un bambino venuto al mondo per restare sempre tale, destinato a violare fino allo stremo il suo corpo di adulto, che con tanto stento gli si era accresciuto addosso, ingranditosi già piagato e compassato, ricoperto da una corteccia ruvida e luminosa, formatasi per ricoprire la meccanica misteriosa e prodigiosa di una creatività atletica e tecnica contro natura.

La solitudine, la sua genesi selvatica e disinformata, l’ostilità sperimentata anzitempo, l’alcolismo, la difficoltà a darsi in una qualche stabile misura gli affetti e le scelte ad essi relativi, il peso di una gloria non del tutto percepito, e ogni male derivato da tutto quanto insostenibile per una personalità così precaria, hanno popolato il suo spirito disperso dentro un corpo molestato dalla genetica. E mi perdoni il magnanimo Lettore, se, oltrepassando per un istante i confini della cronaca, ribadisco che, al cospetto di epiloghi penosi, avanzerei con fiera prudenza la religione che non ammette giudizio, perché di Garrincha, come di ogni altra esibizione del genio che passa, celebra l’investitura e se ne va, mi viene di sollevare soltanto l’evento del suo passaggio. Nessuna condanna senza giudizio. Una vita fatta di molte vite, ai nostri occhi non può che riunire, con tutte le azioni miserevoli e maldestre, i suoi tentativi d’essere invece una vita unica nella cosa a lui più riuscita. Il suo mito, il mito di Manè Garrincha.

Una volta, in Brasile, mi fermai a chiacchierare di calcio con un anziano signore. Io gli dissi che nel mondo si aggira indisturbata la leggenda Pelè. Lui, guardandomi con aria saggia e paterna, mi disse: “Per me che l’ho visto giocare, e per tutti quelli che l’hanno visto giocare, la leggenda è Garrincha.” Da qualche parte ho letto di una piccola storia antica, secondo la quale se si fa il nome di Pelè a un vecchio brasiliano, questi si toglie il cappello in segno di gratitudine e rispetto. Ma se si fa il nome di Garrincha, allora il vecchio chiede scusa, abbassa la testa e piange.

sebastiano di paolo, alias elio goka

immagine – foto da www.band.com.br

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