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La storia di un leone di nome Inler

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Grinta, tenacia, combattività, cattiveria agonistica di cui sono intrisi e saturi quegli occhi da “barbaro”, tanto freddi quanto eloquenti.

Vigorosa tempra accompagnata da precisione sopraffina nei passaggi.

Centrocampista centrale ambidestro, in grado di disimpegnarsi sia nella fase difensiva che in quella offensiva.

Predilige giocare davanti alla difesa con compiti di impostazione, tagliando il campo con frequenti cambi di gioco e lanciando in profondità gli attaccanti.

Abile colpitore di testa, dotato di un tiro forte e preciso da fuori area che, se inquadra lo specchio della porta, lascia poche chances al portiere.

Presentato, non a caso, non per caso, come un “leone” l’estate scorsa, per imprimere un messaggio incisivo e suggestivo nell’ideologia della stampa e degli addetti ai lavori e nel “credo” dei tifosi, riguardo lo spessore del calciatore e, ancor più, in riferimento alla posizione e al ruolo che avrebbe ricoperto in campo.
Sovente, nel rettangolo verde, è apparso, però, come “un leone in gabbia”, il cui recinto era rappresentato dallo schema di gioco di Mazzarri, quella trama che può enfatizzare ed esaltare le caratteristiche di certi giocatori, com’è avvenuto, fin da subito, con Edinson Cavani, mentre, per altri, può rappresentare un’intelaiatura complessa nella quale è facile perdersi ed aggrovigliarsi.

Com’è accaduto a lui: Gokhan Inler.

Contestato, sminuito, svilito ed avvilito da “sentenze forti”, oggetto di fischi, gesti di stizza e disappunto da parte dei tifosi in più di qualche circostanza, tartassato dalle critiche di chi scrive e parla di calcio, seppur non masticandolo. 

Anche se  il passaggio di turno della Champions passa anche per i suoi piedi, per effetto di quel “ruggito”, perla di precisione, tecnica e forza, che ha concesso al Napoli di portarsi in vantaggio contro il Villareal, nel corso di una delle notti “più magiche” di questa annata azzurra.

Anche se la sua volontà di rendersi utile alla causa è palese, così come trapela il suo desiderio di far emergere il suo maestoso talento affinché si riveli utile a travolgere avversari, critiche e polemiche.

Non è bastato per tirarlo fuori dal vortice delle polemiche e delle disamine, perchè, è risaputo, come e quanto la piazza partenopea sa essere e sa rivelarsi un’ arma a doppio taglio. Almeno Inler lo ha imparato a sue spese, assaporando sulla propria pelle, la crudeltà di quella scoscesa ed affilata lama che porta il nome di “aspra critica.”

Tuttavia, “lo spirito da combattente” che mantiene viva “la fame di giocare a calcio” in “quelli come lui“, ha fatto in modo che lo svizzero non si lasciasse mai lacerare da quegli infausti colpi inferti da più parti, ma piuttosto che a prevaricare fosse la brama di delibare anche ”l’altro sapore della lama”: quella in grado di imprimere la spinta necessaria per raggiungere “l’Olimpo degli dei” con le ali ai piedi.

Per Gokhan la strada verso la gloria è partita con una ripida salita, ma questo non scoraggia né avvilisce un vero guerriero, piuttosto lo sprona e gli fornisce uno smodato quantitativo di input motivazionali.

Gokhan ha mostrato e dimostrato di essere un “leone” allorquando è riuscito a trovare la chiave giusta per liberarsi dalla sua gabbia.

In suo “soccorso” è sopraggiunto Marek Hamsik:  il “dinosauro azzurro”, definizione non dettata dall’età avanzata, ma piuttosto da quella capigliatura che ci riporta indietro di milioni di anni: all’era preistorica, ma che nasce anche per merito di quei “ruggiti” con i quali, anche lo slovacco, sa “macchiare” le partite, imprimendo sulle stesse la firma del suo talento. 

E’ bastato “mescolare” le sinergie di questi due menti, dotate di un’intelligenza tattica arguta e briosa, per far sì che Inler uscisse da quella “solitudine tattica” che, partita dopo partita, rischiava di offuscarne l’estro e le qualità, ostruendo in maniera pericolosa la sua capacità di partecipazione al gioco. Pericolo sventato anche per merito di una comprovata intesa con Walter Gargano, dalla quale la squadra in toto non può che trarre giovamento ed i primi ad usufruire dei suddetti benefit sono e saranno “i signori attaccanti.”

Questo è accaduto poiché Gokhan ad Udine era tutt’altra pedina nel centrocampo friulano, il calciatore stesso non nega le difficoltà riscontrate nell’approccio con il modulo di Mazzarri e la fatica compiuta per trovare la sua “identità” in mezzo al campo. Ma il suo inserimento negli automatismi di gioco è stato ostruito anche da quei lanci che, attuati dalla difesa, “scavalcano” il centrocampo, quindi lo stesso Inler, poiché indirizzati direttamente sulle fasce, dando luogo ad un gioco prevedibile, troppo.

Errore che con comprovata frequenza ha penalizzato il Napoli.

La squadra era altresì ingabbiata in quella monotematicità tattica nella quale anche Inler era impossibilitato ad esprimersi.

Così non è stato, così non sarà più.

Contro il Chelsea, lo svizzero ha messo d’accordo tutti: ha giocato la sua miglior partita stagionale
Gokhan sembra aver ritrovato la “luce” che illumina la strada da seguire, rendendola incandescente ed abbagliante, al punto che, ormai, appare impossibile che possa nuovamente “perdere la bussola”.

E’ lui stesso a raccontare il suo momento nel momento della squadra e non vestendo i panni del “leone ferito“, ma piuttosto del “combattente puro” : “Abbiamo attraversato tutti un momento poco felice, non solo io. Non avevamo continuità di risultati, però siamo stati bravi nel rimanere tranquilli. Dopo la sconfitta in Coppa Italia a Siena c’è stata la svolta e abbiamo ripreso a correre. Siamo venuti fuori dalla nostra crisi con il lavoro, ci siamo messi a remare tutti insieme ed abbiamo ritrovato la compattezza difensiva.”

Dalle sue parole e, ancor di più, dalal fermezza con le quali le pronuncia, Inler appare fortemente convinto che il Napoli può concludere anche questa stagione al terzo posto.

Del resto “un leone vero” non si tira mai indietro quando c’è da battagliare.

In questa sua caratteristica che è, al contempo, la peculiarità della squadra intera, Inler rileva le motivazioni e la determinazione per credere con tenacia che “l’ennesima impresa è possibile.”

Luciana Esposito

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