shinystat spazio napoli calcio news Le violazioni alla Napoli “demodè”

Le violazioni alla Napoli “demodè”


È di pochi giorni fa la notizia dell’irruzione nel teatro San Ferdinando di Napoli, da parte di un gruppo di scalmanati che hanno interrotto, senza motivo, una rappresentazione teatrale messa in scena da Luca De Filippo, regista e attore, figlio di Eduardo.
Il teatro San Ferdinando è il luogo simbolo del drammaturgo napoletano. Negli ultimi anni l’incuria ha ridotto in uno stato di degrado e abbandono la piazzetta antistante l’ingresso del teatro. Immondizia e vandalismo fanno da padroni laddove, pare, che la piazzetta sia pure tappa dell’itinerario turistico della città. L’ultimo episodio lascia l’amaro in bocca, perché Eduardo De Filippo, dopo aver recuperato il “vecchio” teatro San Ferdinando, in vita si adoperò per realizzare progetti di recupero, attraverso il teatro stesso, dei cosiddetti minori a rischio.

Quando il piccolo Peppino, con l’entusiasmo che solo gli scugnizzi dei bassifondi della Napoli confinata, torna a casa per mettere al corrente i genitori che vuole entrare a far parte delle giovanili del Napoli Calcio, un sorriso saggio e ironico si apre a ventaglio sulle labbra del signor Girella. “Così può essere che il Napoli vince qualche partita!” esclama un Eduardo maturo e sincero nel suo basso afoso tante volte palcoscenico del suo teatro.
A pensarci bene, è una delle rare battute, se non l’unica, che De Filippo riservò al calcio napoletano e alla proverbiale e irrazionale passione di un popolo antico da sempre votato alle religiosità del profano.

Peppino Girella è lo sceneggiato a puntate girato intorno al misero lunario di una Napoli immersa nel girone infernale di quelli che per una vita rincorrono gli orizzonti di paradisi perduti.
Una vitaccia, “Vita da cani”, come filmarono Steno e Monicelli, e come filmerebbero di nuovo se il tempo e lo spazio fornissero loro una città per set e una folla sterminata come cast.

Sul volto della Napoli che invecchia non passano i solchi teneri e delicati dell’anziana giovinezza di chi ha trascorso una vita intera per raccontarla. Non aspettatevi che la scena muti dietro le quinte in bianco e nero dei teatri poveri e fatiscenti, nelle scalette e nei sottopalchi vuoti, precipizi per il malcapitato attore che, quando lo spettacolo non regge più, sfonda le fradice tavole di legno del palcoscenico. Non aspettatevi il brulicante ospizio di animi infanti, perduti nell’illusione di essere talmente grandi da coprire per intero l’ombra delle luci e il vocio rumoroso e irriverente della platea ricolma di un pubblico che è continuazione della scena.
Non aspettatevi, dunque, alcuna reazione dal giovane vecchio Luca De Filippo, se una sera, durante una rappresentazione nel teatro che fu del suo illustre genitore, un gruppo di giovani, staccatosi anzitempo dalla pasta antica della gioventù napoletana, proseguendo la lunga e affollata deriva di un tempo che poco fa per farsi voler bene, irrompe per urlare versi di minaccia diretti solo a marcare un territorio.

Non aspettatevi la luce fioca che posa il suo velo color seppia sui pensieri notturni del drammaturgo, non aspettatevi la fila di giovani attori infreddoliti, speranzosi che un regista, più propenso a prender attricette disposte a tutto, li recluti per un viaggio di fortuna. Non aspettatevi le compagnie in bolletta e l’avanspettacolo, non aspettatevi che esista l’entusiasmo che sopravvive alla povertà, della fede in “Cristo povero”, proprio come Eduardo scrisse in una poesia dedicata a Pasolini. Non aspettatevi la tenerezza e la profana cristianità di una prostituta malata e ignorante che è la dama di un secolo, non aspettatevi che i figli adorino gli spiriti paterni, non aspettatevi che l’antica terra nostra sia quella dimorante nei sogni e nelle speranze della modernità, perché forse mai è esistita e mai fu popolata da creatura alcuna, se non da relitti e da fantasmi. Non aspettatevi che qualcuno ci salvi dalla retorica e dai patetismi, e non aspettatevi che la melodia malinconica di un film del dopoguerra canti il perdono e la purificazione.

Stavolta nemmeno il calcio che ci sta tanto a cuore può venirci in soccorso. A proposito, pare che capiti che di tanto in tanto alcuni gruppetti di ragazzini giochino a pallone proprio nella piazzetta “Eduardo De Filippo”, davanti al teatro. Considerando le difficoltà del San Ferdinando, anche per trovare un posto nei cartelloni ufficiali delle rassegne teatrali cittadine, negli ultimi tempi sembra che l’improvvisata partita di pallone sia tra le poche manifestazioni umane a rappresentare qualcosa di vivo davanti al luogo che fu di Eduardo. Ma non ci si illuda che siano rimbalzi di poetica speranza, o che la scena sia sospesa. Non aspettatevi altro, se non un manipolo di fuggiaschi braccati dalla polizia. Di quelli senza arte né parte dei film in bianco e nero. Fantasmi adulti sotto mentite spoglie di scugnizzi, venuti dall’oltretomba per rubare gli ultimi abiti di scena, e, una volta appallottolati,  per gettarli in mezzo alle gambe di una folla confusa, destinata a perdere pure la dignità, al cospetto di pochi spettatori. È una scena che finisce, senza nessun epilogo egregio e priva di misure confortanti. E non c’è miseria peggiore della profanazione ai danni di chi, della sua terra, donando all’arte la propria intelligenza, proprio la miseria scelse di prendersi a cuore.

sebastiano di paolo, alias elio goka

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