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Eduard Streltsov


Qualche tempo fa, in una notte anonima perduta in un luogo che potremmo comunque considerare vicino a noi tutti, avevamo lasciato ai tavoli di una vecchia locanda della Praga pacificata, una discreta e compassata combriccola di antichi calciatori, accomodati coi calici ben stretti tra le mani rugose raffreddate dai venti gelidi dell’est europeo. Volendo spingere l’immaginazione oltre l’ossequio dovuto all’epoca che non trascorri, e accompagnando il Lettore tra quei tavoli avvolti da nuvole di fumi garbati, non sarebbe poi così incongruo ricondurre lo sguardo a qualche altra vecchia avventura che se ne sta ben nascosta sotto i dignitosi davanzali di marmo freddissimo, come gatti alla ricerca di calore, laddove al mattino, il sole luminoso del giorno praghese illumina il rigido torpore delle sue quieti mattinate, e i fiori resistono alle provanti temperature come a lungo resistette l’umano e glorioso pensiero dei figli nati tra le dominazioni.

Ora come può soccorrerci, ancora una volta, quel calcio alla vita e alle cose, che, attraverso una particolare parabola sportiva, traduce in conforto pure il ricordo della schiavitù? Conviene sedersi e aspettare che presto qualcosa si muova, tra il fumo delle sigarette e le comande agli osti, come novità d’argento in buie miniere. Una giovane donna è appena fuggita, dopo essersi alzata di scatto, zigzagando tra i tavoli senza nemmeno aver pagato il conto. Grida come un’ossessa, ma le sue urla non convincono chi cerca di correre in suo aiuto. Da queste parti la Storia mai risparmiò di sperimentare sugli uomini le sue perversioni, educando i suoi popoli a farsi crescere dentro il silenzio delle reazioni, anche rispetto alle sollecitazioni più umilianti che un uomo possa muovere sul corpo e nello spirito di un altro uomo. Quella giovane donna è scappata via con troppo rumore per risultare credibile agli attenti avventori della nostra locanda.

Ma torniamo al nostro calcio, che qui in un modo o in un altro deve farla da padrone, pure lontano da chi ormai non può più praticarlo e vederlo. Tra i tavoli è seduto un vecchio calciatore, che senza troppi giri di parole, si assume in un momento la responsabilità di tranquillizzare i presenti chiedendo loro di rimettersi a sedere, perché quella donna ha urlato perché in preda ai rimorsi della menzogna. Costui non dice chi è, ma il suo tono aspro e discreto rispetta la regola di questa tormentata serenità. Dice di conoscere la storia di Eduard Streltsov e di quella donna.

Eduard Anatol’evic Strelt’cov, in traslitterazione anglosassone Eduard Streltsov, è stato un calciatore russo che ha militato, prima dal 1954 al 1958 e poi dal 1965 al 1970, nella Torpedo Mosca, distinguendosi per classe sopraffina e grande carisma. Quand’era all’apice della sua carriera gli fu proposto di giocare con la CSKA Mosca, squadra dell’Armata Rossa, e poi nella Dinamo Mosca, squadra del KGB. Ma in entrambi i casi Streltsov rifiutò, sentendosi troppo legato alla squadra dove giocò per tutta la sua carriera. Il suo gioco era considerato innovativo e bello a vedersi, tanto da essere soprannominato il “Best russo”. Ancora oggi in Russia il colpo di tacco porta il suo nome, lo Streltsov. Fu tra i grandissimi della Storia del calcio russo e di quello europeo, al pari dei suoi connazionali Lev Yashin e Nikolaj Starostin. Ma il cammino del genio è spesso segnato dalla persecuzione, in qualsiasi forma essa irrompa nella vita di chi lo possiede.

Dopo essersi rifiutato di sposare la figlia di un importante dirigente dell’Apparato russo, Yekaterina Furtseva, l’unica donna presente nel Politburo, e a causa dei suoi comportamenti sfrontati e ribelli, il giovane Eduard divenne inviso alla Nomenclatura. Fu così accusato, secondo alcuni ingiustamente, di aver stuprato una ragazza durante un ricevimento ufficiale. Nemmeno la sua popolarità riuscì a risparmiargli una durissima condanna da scontare ai lavori forzati nei gulag sovietici. Durante gli interrogatori, la polizia gli chiese di firmare una dichiarazione di colpevolezza, una confessione che gli avrebbe consentito di essere reintegrato, potendo così partecipare alla Coppa del Mondo con la sua nazionale. Streltsov firmò, e quella firma fu la sua condanna, perché la proposta della polizia si rivelò un trappola.

Eduard Streltsov trascorse sette anni ai lavori forzati in una miniera, scontando una pena che non compromise soltanto la sua carriera, ma che, molto probabilmente, fu anche motivo del cancro alla gola che nel 1990 pose fine alla sua vita il giorno prima del suo cinquantatreesimo compleanno. Aver detto no alle due potenze politiche e militari del suo paese, essersi sempre comportato come un dandy ribelle in una nazione che non ammetteva comportamenti diversi da quelli prescritti dal potere, aver rifiutato di sposare la figlia di una donna importante, formarono l’insulto che pesò in una momento più di tutte le sue prodezze balistiche. Si narra che persino Kruscev si “occupò” di lui. Mai sapremo se Streltsov commise quel crimine, e se non lo commise, perché fu vittima di un ipotetico incastro a sfondo politico.

Il vecchio calciatore che ci ha raccontato questa storia ha vuotato il suo bicchiere con un ultimo lungo sorso, e alzando lo sguardo ci ha chiesto di guardare verso la porta d’entrata della locanda. Si è fatto giorno, l’alba è arrivata e il sole inizia a salire alto per dare colore al freddo di Praga e a tutte le terre dell’Est. Ci dice di guardare con attenzione, perché una vecchia donna è appena entrata, e il suo ingresso riguarda tutto quanto appena ascoltato. È la stessa giovane donna che urlando era fuggita dalla locanda durante la notte. È avvolta in un vecchio cappotto, porta un cappello con un fiore di stoffa e i suoi occhi celesti non hanno più paura. Se adesso parlasse, la sua voce sarebbe cupa e compassata come quelle dei presenti. È la donna che accusò di stupro Eduard Streltsov. È la signora sposa di quel potere che l’ha usata a lungo, e adesso se ne è disfatta perché troppo vecchia. È tornata alla locanda per sedersi da sola e chiedere a qualcuno, magari un giovane cameriere, di rassicurarla sulla sorte del giovane Eduard. Ma il cameriere, interrogato, non sa rispondere. Dice di non conoscere questo Eduard Streltsov. Non sa che il nome di Eduard sarebbe finito nei capitoli della Kolyma se Varlam Salamov l’avesse incontrato. Non sa che il nome di Eduard Streltsov sarebbe sufficiente a spalancare le porte delle celle artiche delle prigioni siberiane, e lì cedere il passo al sole saggio e lontano, testimone oculare di segreti che solo lui conosce fino in fondo, e che ogni giorno accarezza col suo impercettibile tepore i fiori sistemati sui davanzali marmorei delle case e delle locande.

Uno di quei fiori, pare, sia stato sistemato davanti alla tomba di Eduard Streltsov, in un giorno dell’anno 1997, da Marina Lebedeva, la presunta vittima del tanto discusso stupro. Dopo quell’anno, in seguito a quella visita, anche di lei più nulla si seppe. Recita il Machbet di Shakespeare, “Prendi l’aspetto del fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso.”. Con quanto atroce mistero certe vicende si specchiano tra gli astuti e pesanti cristalli piantati nel fondo di gelidi abissi sulle verità che, come relitti ghiacciati, mai verranno a galla.

sebastiano di paolo, alias elio goka

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