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Laddove nulla cade


Da dove vogliamo cominciare? Dal Nord aristocratico, o dal malcapitato Sud? Vogliamo trasferire la lotta di classe sui punti cardinali? Oppure vogliamo prendere il planisfero e stenderlo come la sfoglia tiepida per i dolci o la carta di navigazione degli antichi comandanti delle navi? Inutile perdersi in chiacchiere, perchè la carta geografica ci serve. Ma non si tratta di sobbarcarsi il mondo. Non abbiate timore della girovaga questione di come sia stata destinata la miseria sui cinque continenti, e in quali quantità essa prosperi, ahinoi, lungo i fiumi d’acqua tremolante delle terre aride e rinsecchite nell’Africa inenarrabile, e nemmeno dell’ossequio glaciale che il mondo si tiene ai piedi e sulla testa, scongelando di tanto in tanto le gelide riserve polari.

Non abbiate paura, il viaggio sarà breve e conciso, ben ristretto nei confini della Penisola. Sono tornati i comandanti di vascello e le ciurme hanno lasciato i porti per rassicurare le attese impazienti di madri e di mogli. Le guerre sembrano finite, e il mondo ormai non ha più sorprese. Raccogliamo quindi il pallone e sediamoci per terra con le gambe incrociate, come al solito avviene in questa piccola rubrica.

Apriamo la carta di Peters, che invece di allargare il planisfero, lo allungò per suggerirci che alta è la natura umana e che con dolori e tormentate imprese eleva la sua fallibilità al mistero della sua specie, apriamola vi dicevo, per stenderla per bene e scorgere da vicino quel tratto piccolo piccolo che è un luogo antico e inviso pure a noi che vi abitiamo. Ma andiamo per ordine, ammesso che chi vi scrive riuscirà a trovarne uno, già perduto nei meandri celesti del planisfero, e tra le macchie autunnali dei continenti poggiati sugli oceani. Eccola, è l’Italia. Più su, tra i confini della Storia risorgimentale e le nebbie invernali delle Alpi, si legge il nome di una località, Superga.

Una basilica bellissima del ‘Settecento sorge sul colle che adorna di fascino e di suggestione la città di Torino. Lassù, tra le fredde brezze piemontesi, si erge un edificio sacro simbolo di un punto da cui ammirare un luogo meraviglioso, al punto tale da indurre Jean Jacques Rousseau ad affermare: “Io ho dinnanzi il più bello spettacolo che possa colpire l’occhio umano.” Lì, il 4 maggio del 1949, proprio ai piedi della basilica, un aereo carico di grandi campioni cadde seppellendoli per sempre in un silenzio di lacrime e l’ostile foschia delle memorie calcistiche. Quello che è passato alla Storia col nome di “Grande Torino”, come fosse un marchio di fabbrica ineguagliabile, sentì da quelle parti il triplice fischio della vita, e quel posto che sulle carte a fatica si riuscirebbe a vedere, se non fosse per la sua storia millenaria, pianse la scomparsa di una grande squadra e di un gruppo di uomini che per anni fecero del calcio un esempio di poesia. Ma nel pomeriggio di quel 4 maggio, come annunciò il cinegiornale Settimana Incom, quando “Il cielo si sfaldò in nebbia, e la nebbia cancellava Superga”, il Torino di Mazzola, una delle compagini più grandi e spettacolari della Storia del calcio italiano, cessò di esistere.

È una triste storia di tanti anni fa, un classico del tragico destino riservato ai miti gloriosi del Mediterraneo, proprio come gli eroi mitici della Grecia antica. La fine della vita terrena per consegnare le spoglie alla terra e lo spirito alla leggenda.

Domenica 11 dicembre 2011, si è giocata la partita valevole per il campionato di serie A, Novara – Napoli. Due squadre con storie diverse, e due tifoserie diverse. Quale migliore occasione per ribadire la vecchia rivalità tra l’orgoglio partenopeo borbonico e la bandiera sabauda? Campania e Piemonte. Due regioni che da sole farebbero nazione. Temere il cattivo gusto di questi tempi è un’abitudine. E invece? Invece qualcuno deve averla letta la cartina di Peters, e deve aver ascoltato la leggenda di Superga, così come qualcun altro avrà di certo sporto il naso oltre le Alpi per sentire il profumo del Tirreno e far visita alle passioni partenopee.

A Superga c’è una lapide dove sono scolpiti i nomi delle vittime del disastro aereo. Al mattino, prima della partita, una rappresentanza di tifosi napoletani appartenenti al Coordinamento Nazionale Napoli Club, sezione nord, si è recata, con sciarpe e bandiere azzurre, a rendere omaggio al ricordo del grande Torino. La sera, nell’attesa che le squadre scendessero in campo, qualcuno ha mandato un filmato sul tabellone dello stadio di Novara. Dieci minuti dedicati agli ospiti, attraverso un montaggio dei momenti più significativi della Storia del Napoli Calcio. Un omaggio all’avversario, ricolmo di rispetto e di riconoscente sportività. Tutto qui, come il tutto qui della mattutina visita napoletana a Superga.

Ora vi starete chiedendo su quanto patetico buonismo chi scrive stia rischiando lo scivolone. Al clemente Lettore lascio la sentenza. Ma a me lasciate pensare, una volta tanto, senza spirito polemico e contestatore, che la carta di Peters abbia senza volerlo agitato un po’ il planisfero, mischiandoci a nostra insaputa, e destinandoci a confortanti momenti che pure le frizioni storiche non possono scalfire, così come nulla costa immaginare che quell’aereo, se pur interruppe il loro gioco meraviglioso, non ha potuto vietare il volo verso quel luogo dove a quei calciatori è ancora consentito di palleggiare con le stelle.

 

sebastiano di paolo, alias elio goka

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