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Il calcio di scena


“Il calcio è stupendamente rappresentato dalla nostra nazionale: si vedono undici ragionieri in mutande allo sbaraglio, senza nessuna remora, senza nessun decoro. È il nostro governo e il nostro sottogoverno in mutande.” Carmelo Bene

Che sia prudente prendere col beneficio dell’inventario – non di certo per mancanza d’intelligenza – l’aforismario dello “Scrittore di scena”, non turba la necessità di soffermarsi sul fatto che l’osservazione sia provenuta, anni fa, da uno che almeno poteva discuterne, di “scena”. E se è vero che il calcio – devo cedere alla ripetitività della ormai logora allegoria – è una parabola della vita, allora meglio sarebbe fermarsi un minuto e ragionarci, sulla parabola spenta e destinata al raccattapalle, che il calcio italiano sottopone agli occhi stanchi di appassionati delusi, che ormai reggono una parte, per forza di cose, e s’interrogano sull’autenticità di una passione. Per carità, interrogarsi su di essa è azione mortale, per una passione.

Il calcio italiano ha una Storia furbesca, come questa nazione sorta come un lampo nei tempi antichi, e vissuta nell’evoluzione più totale e totalizzante dell’arte dell’arrangiarsi più ardita, facciatosta e puttanesca. La selezione nazionale di calcio è sempre sembrata più una compagine politica, che una squadra di calcio votata alla vittoria sul mondo e sui continenti. Due mondiali vinti all’indomani del disastro bellico e due strappati in qualche modo – qui m’assumo il carico impopolare di quanto sto per dire – dopo gli scandali del calcioscommesse e delle squadre a lungo blasonate. Storiche e giudiziarie retrocessioni – Milan prima e Juventus dopo – hanno preceduto i trionfi del Mundialito spagnolo dell’anno ’82 e quello dell’incidente dialettico e del contatto poco garbato tra Zidane e Materazzi, anno 2006, nella Berlino senza più muro.

Il caos degli eventi ha il senso dell’umorismo, e forse è assai difficile riuscire a immaginarsi che sia stato tutto previsto. Ma troppi campionati del mondo di calcio fanno i conti con le intenzioni della Storia per farci chiudere un occhio come un arbitro corrotto. Ma ai popoli fa più sangue lasciar correre, e abbandonarsi ai piaceri dei riscontri del fato e delle sorti.

Da dove eravamo partiti? Sì, dall’invettiva che arruola i calciatori della nazionale sotto una bandiera poco salvifica per l’onore dello sportivo e dell’uomo di “scena”. Leggo, in questi giorni di attesa di campionato – i campionati non dovrebbero mai slittare – leggo dicevo, di poco ragguardevoli indulgenze a una nazionale di calcio che ha stentato contro rappresentative di modesta caratura calcistica. La Slovenia era, in un tempo nemmeno così lontano, una riserva regionale di una selezione di calciatori assai bravi col pallone, ma spesso troppo impegnati a fuggire dal proprio paese per accorgersene. Sulle Isole Far Oer viene più da pensare di scrivere un romanzo su un baleniere, piuttosto che a uno squadrone. Chissà se il capitano Ahab  ne sarebbe entusiasta. E pure Moby Dick, non agiterebbe i mari in segno di dissenso?

Insomma, la Nazionale di calcio italiana pare abbia faticato parecchio per avere ragione di due squadre più ostiche negli equilibri del nuovo Romanticismo storico e letterario, qualora ne dovesse nascere un altro, che sui campi di gioco.

Poi, ho letto pure di un calciatore della nazionale che ha fatto visita a un carcere femminile per esibire, insieme a un suo compagno e al suo allenatore, quella specie di simpatia che va tanto di moda nel panorama mediatico italiano. L’antipatico con poche idee e molti capricci – la parola capricci è, in questo caso, in senso molto lato, ma tanto lato da essere un’ipotenusa smisurata su due cateti piccolissimi – che fa il bravo ragazzo per mezz’ora, senza che nessuno glielo abbia chiesto. Va bene che il calcio è passione popolare, ma nella fattispecie, personalmente, non riesco a scorgervi nessun prodigio, ancor meno utilità, ammesso che se ne voglia a tutti costi trovarne una. Per farla breve, faccio fatica a comprenderlo, questo sistema calcio italiano, che si assolve da solo, si racconta in barba alle evidenze più imbarazzanti e munge da storie che di suggestivo non sembrano avere molto.

Quando il modulo Catenaccio era inviso a mezzo mondo, l’Italia lo praticava non senza imbarazzo. Ma chi l’avrebbe mai immaginato, che pure le maglie arrugginite di quel catenaccio, sarebbero diventate ricordi color argento di un’epoca dove almeno gli unici impiegati erano quelli pubblici, schierati come clown nei film anni ’70, e che dopo il lavoro smettevano la cravatta e i documenti polverosi, per indossare la vecchia casacca di quand’erano ragazzi. I calciatori, con tutto il rispetto, anche quelli più sgraziati, erano un’altra cosa. Era il pensieroso lavoratore a voler imitare il glorioso calciatore, non il contrario.

Io non c’ero. Lo vedo nelle immagini di repertorio dove i calciatori sembrano dotati di una grazia irripetibile e gli impiegati di occhi vivissimi, nonostante una vita anonima e dimessa, al rovescio di quella dei propri beniamini. È la dignità della scena, al di sopra delle parti che la sorte assegna nel buio delle quinte.

sebastiano di paolo, alias elio goka

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