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Le distanze etiche del calcio


Il calcio è un’industria.

Lo dicono i conti e lo confermano i fatti. Come tutte le realtà industriali – nella fattispecie potremmo riferirci, per meglio intenderci, alla sfera aziendale del mercato – il football prende le sembianze di una grande creatura economica. Ammessa la sua ormai rassegnata natura finanziaria, il calcio fa da tempo i conti con l’etica delle cose.L’etica è, in questo tempo, una variabile caotica, perché sottoposta in posizione secondaria nella gerarchia delle leggi universali dell’esistenza condivisa. Ecco che ogni tentativo di esplorazione e rivisitazione etici del sistema calcio diventa ragione di reazione contraria alla naturale aspettativa del buon senso.

Fa discutere la proposta del Governo italiano sul recupero di capitali utili alla ripresa economica del Paese. Si vorrebbero sottoporre i redditi alti a una “tassazione” extra per la formazione di un fondo di solidarietà. La proposta non è ancora normativa, nel senso che niente di formalmente vincolato è stato per adesso approvato. Ma il semplice progetto normativo è stato sufficiente a scatenare la reazione dell’ Associazione nazionale calciatori (AIC), in virtù di una eccessiva “invadenza” finanziaria sulla tassazione dei calciatori, considerati dalla legge lavoratori dipendenti e per questo sottoposti al contratto nazionale collettivo di categoria. La norma, che potrebbe essere inserita nella nuova finanziaria, dovrebbe prevedere un’imposta straordinaria, di conseguenza extra IRPEF, ovvero non ordinaria, e quindi non rientrante nella contrattazione originaria con le rispettive società di calcio dove militano gli atleti professionisti.

L’AIC richiede l’opportunità di concordare che il pagamento della tassa straordinaria sia a carico delle società, così da non pesare fiscalmente sul reddito dei calciatori. Victor Uckman, noto fiscalista, ha invece osservato l’inopportunità di una simile proposta, perché, trattandosi di un provvedimento straordinario, “peserebbe” direttamente sui lavoratori dipendenti. Sembrerebbe plausibile anche l’ipotesi di inserire la tassazione per il fondo di solidarietà nel nuovo contratto collettivo di categoria, che non è stato ancora firmato.

Al di là di ogni merito giuridico, torniamo alla questione etica. Credo sia superabile, dico superabile solo per comodità, ma non per questo trascurabile, tralasciare l’isterica competizione di interessi e vanesie ostentazioni delle classi protagoniste della disputa. Poco importa chi meglio riesce a contraddistinguersi, se il politico o il calciatore che si sentirebbe penalizzato da un improvviso “gravame” fiscale. La realtà è che nello scontro, non sappiamo quanto realmente sentito, s’allontana il mito emotivo del gioco da sempre avvertito come una forma di serietà sociale. L’opinione civile ha concesso al calcio, nel corso dei decenni, una nobile investitura politica. Non per ragioni di origine o di appartenenza – nel senso che il soccer non è nobile per forma o per contenuti – ma perché il suo coinvolgimento è così potente da regolare finanche le speranze e le rivalse della parte popolare degli appassionati. Per molti anni il calcio ha avuto funzione “calmante”, a tratti sedativa. Molti eventi sportivi, soprattutto a livello internazionale, hanno contribuito alle evoluzioni di fatti storici assai rilevanti. Il football ha rappresentato momenti di copertura “antibiotica” alle pulsioni sociali scongiurabili dal potere costituito.

Nonostante il calciatore avesse sempre guadagnato oltremisura, rispetto alle fasce operaie, agli impiegati o altre categorie di lavoratori dipendenti, la sua salvezza politica nell’opinione pubblica, soprattutto rispetto alla classe politica, era stata sempre rappresentata dallo spirito eroico che nell’immaginario collettivo, a torto o a ragione, il calciatore costituiva. Il coraggio di vite sopra le righe, le sfide e le prese di posizione anche a dispetto di danarosi equilibri contrattuali, hanno talvolta ispirato sentimenti anche rivoluzionari, se non praticati, almeno, ribadisco, ispirabili alla speranza popolare.

La società postbellica ha badato bene a costruire, con sapiente attenzione, eroi tratti dalle sfere ludiche della vita. Adesso, invece, è ormai in atto il pieno e totale allontanamento da questa funzione, nessuno sa quanto sia stata volontaria, politica del calciatore “eroe”, mai inviso alla pubblica opinione. Non sappiamo se la puerile polemica giornalistica voglia parificare il vizio politico a quello dell’artista, ma è certo che la reazione stessa di una categoria, quella dei calciatori, ormai dedita al vizio esistenziale, e non più soltanto a quello economico, desta come unica preoccupazione accessibile alle osservazioni accettabili, quella che l’allontanamento sociale tra le classi è una delle forze utili alla deriva antropologica italiana, e non soltanto italiana. Meglio sarebbe non disfarsi dell’idea che la folla dal “fùtbol” si aspetta sempre la prodezza.

sebastiano di paolo, alias elio goka

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