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Il tempo di ambientarci…


Il nostro primo giorno a Dimaro ha una tabella di marcia molto serrata, ma efficace. Partenza alle 5:15. Un quarto d’ora di ritardo rispetto alle promesse della sera prima, ma molto prima delle mie aspettative. Si vede che abbiamo veramente voglia di arrivare in tempo per la seduta pomeridiana. Bagagli, brioche e casatiello, come nelle migliori tradizioni da viaggio di piacere, e si va.

Il tom tom ci prospetta un viaggio di poco più di otto ore. Ottimo. Siamo pronti

In radio canta Pino Daniele, pensiamo che manca solo il mandolino, la pizza e gli spaghetti mangiati con le mani e siamo a posto. Capiamo che il clima è quello giusto.

Arriviamo a Dimaro alle 14:30 e ad accoglierci troviamo tante bandierine azzurre che sventolano ai pali, ai balconi sciarpe e vessilli del Napoli. Insomma, troviamo una cittadina preparata al nostro arrivo. E in strada tante maglie a noi familiari indossate da ragazzi con accenti non proprio del Trentino. Siamo nel posto giusto, prendiamo possesso della casa. Carina, un bel terrazzo, di fronte ancora bandiere del Napoli.

Scalpitiamo. Siamo stanchi sì, ma ci hanno detto che il campo sportivo è a cinque minuti a piedi e dopo aver fatto tanti chilometri, con soli tre giorni a disposizione, non possiamo perdere tempo a riposarci. L’aria è buona e ci porterebbe facilmente a chiudere gli occhi per cinque minuti per riprendere le forze, ma non abbiamo bisogno di questo adesso. Ora vogliamo andare a vedere il campo e vedere il nostro primo allenamento della stagione.

Arriviamo al campo verso le 16. Lungo il breve tragitto il paesaggio è mozzafiato: vallate verdi, chiesetta in pietra, ponte su un fiume che rimanda una bella sensazione di fresco e pulito. Passiamo anche davanti ad un piccolo cimitero e la battuta viene spontanea: “Anche la juve è qui in ritiro!”.

Il tempo di capire che percorso faranno i giocatori una volta arrivati o dopo l’allenamento per il consueto giro di autografi e fotografie,  che comincia a piovere. Non due gocce, non un temporale estivo forte e passeggero, ma un nuvolone nero incredibilmente piazzato sulla nostra testa che non ci lascia altra scelta che quella di ripararci sotto la tettoia di legno della tribunetta del campo sportivo. E dall’ala sinistra della tettoia si leva un sacrosanto “E manco il 21 luglio tenete il sole!”. Da precisare che siamo in piena Valle del Sol. 

L’allenamento comincia e noi guardiamo da lontano giocatori che si alternano tra la sala pesi e il campo. Poi la divisione in quattro campetti  per gli esercizi di torello con diverse varianti. E si cerca di rispondere ai diversi quesiti che i tifosi, di varie provenienze, ma con unica passione per l’azzurro, si pongono giustamente, tipo: “Ma Rinaudo che ci fa ancora qui?”; oppure “ Ma Sosa se la ride perché pensa di rubarsi un altro anno senza far niente?!”. Insomma, accogliamo chi non ha giocato con noi preferendo i salti di qualità, non considerando le ernie varie,  o chi avrebbe dovuto farlo, ma forse non l’aveva capito.

L’allenamento diventa leggermente più tattico e si prova qualche schema in attacco. Qui scopriamo che Mascara è in gran forma e che Mannini con i suoi cross dalla fascia ha avuto il suo peso nella retrocessione della Sampdoria in B, e qualche spregiudicato non esita a pensarlo ad alta voce. Inler è sicuramente il più osannato dai tifosi, ma a sorprenderci veramente è il nuovo portiere Rosati e il giovanissimo Dezi.

Nel frattempo non piove più, anzi il cielo si apre a un bellissimo arcobaleno che attraversa la valle e quindi ci sentiamo quasi obbligati a guadagnare la prima fila durante la partitella a campo ridotto. Finisce in parità con l’ultimo goal, molto bello, di Dzemaili.

I tifosi sugli spalti sono bellissimi. Alcuno vengono da Napoli come noi, ma la stragrande maggioranza è partita da città del Nord in cui hanno costruito la loro vita con un lavoro, una moglie e figli che tifano Napoli, ma per puro amore trasmesso dai proprio padri.

Dagli spalti si sente un “Vai Pocho!” abbastanza fuori luogo visto che il Pocho non c’è e visto che per un attimo il Pocho veniva dato per venduto. Osserviamo anche Fernandez e sinceramente credevamo tutti fosse un po’ più robustetto, il ragazzo. E’ smunto, magro e bianchiccio. Non ci dà proprio la sensazione di avere una roccia lì dietro. E quindi siamo tutti d’accordo quando il tipo accanto a noi si preoccupa per lui e lo vuole avvertire: “ Quando fa un contrasto con Ibrahimovic dobbiamo andarlo a riprendere a Soccavo!!”. Geniale, come solo noi sappiamo essere.

Intanto alla partitella non partecipa Lucarelli che comincia a correre sulla pista d’atletica. Ogni tanto un sorriso, ma ad ogni giro che passa sorride sempre meno. Forse deve smaltire un po’ di pancetta di troppo, ma capiamo che ha un’età e gridiamo al  Mister di non farlo stancare così. Ma a parte le ovvie battute sugli anni , si capisce che gli vogliamo tutti bene, che è lui l’uomo spogliatoio, anche se vorremmo che fosse qualcosa in più. Ed è proprio Lucarelli l’unico che a fine  allenamento rischia di essere lasciato a piedi per la cena pur di non perdersi un autografo o una foto con i suoi tifosi. Santana e Britos fanno giri brevi e confusionari, Cristiano invece meticolosamente non ne perde uno. E lo ringraziamo per questo. Siamo dei malati di calcio che in quattro giorni si sparano 1600 km anche solo per un gesto del genere. Grazie!

Torniamo a casa soddisfatti. Il tempo di un cambio veloce e andiamo a Folgarida, un paesino pochi tornanti più sopra, dove è previsto un incontro con Mister Mazzarri, Donadel, Dzemaili e Inler coordinato da Auriemma. Con sorpresa annessa dell’arrivo del Presidente che ad una domanda di un tifoso sulle condizioni dello stadio risponde con una provocazione, speriamo, di un’idea di accordo con Trenitalia per disputare le partite all’Olimpico a Roma. Il Napoli è di Napoli e guai a chi pensa diabolicamente di sradicarlo da questa città. Non siamo ovviamente d’accordo.

La lunga giornata si conclude in una pizzeria aperta per miracolo e per business. Al tavolo accanto al nostro si siedono quattro ragazzi emigrati a Lecco e appena arrivati. Parlano di passione, di emozioni uniche. Parlano del calcio come unico diversivo sociale di Napoli. Parlano di una passione asfissiante per i giocatori del Napoli. La paragonano alla gelosia ossessiva per una bella donna. Parlano del fegato amaro nel tornare in fabbrica la mattina dopo una sconfitta a San Siro. Il più piccolo di loro parla di Milano dove ha visto Boateng girare inosservato per poi essere osannato solo sugli spalti. “Ed è freddo tutto ciò, noi siamo più passionali.” Così dice. Più passionali.

E gli si illuminano gli occhi.

E io sono convinta che lunedì mattina in fabbrica, forse, ci tornerà con un pizzico di orgoglio in più.



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