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La gente come noi non molla mai

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Abbiamo aspettato due settimane per vedere una partita storica. Due settimane senza il nostro unico colore azzurro, durante le quali abbiamo seguito le nazionali in giro per il mondo. Perché quando il campionato si ferma, le nostre squadre si moltiplicano. Le nostre Nazionali diventano tante e di uguale importanza. E allora la sosta ci ha regalato deliziosi tocchi notturni tra  Messi e il Pocho, un inarrestabile Matador che da neo-papà ha voluto subito dedicare un goal dei suoi al piccolo Bautista, un Gargano che ci stupisce per aperture sulla fascia con passaggi millimetrici che pensavamo non sapesse più fare, ci ha fatto applaudire un Maggio in gran forma che l’Italia ha scoperto solo adesso, ci ha fatto cercare video in arabo per un rigore realizzato da Yebda in uno stadio che non aveva nulla da invidiare al nostro San Paolo, ci ha fatto fiondare sulle pagine più nascoste dei giornali per sapere i risultati della Slovacchia e tenuto col fiato sospeso per l’infortunio di Zuniga.

Ma archiviate le rispettive Nazionali, non dobbiamo avere più distrazioni.  Il Napoli e il campionato ci sono mancati, c’è poco da fare. I surrogati vanno bene per pochi e per poco, adesso tocca di nuovo ricominciare a sognare. E l’occasione è ghiotta. Tutti parlano del super derby. Milan e Inter si giocano lo scudetto. Noi ne possiamo approfittare. Nessuno lo dice, ma tutti lo sperano. E sabato sera, ovviamente, eravamo tutti davanti alla tv a ragionare su quale risultato sarebbe stato più vantaggioso. 1, X oppure 2. E alla fine concordavamo tutti  che dovevamo preoccuparci solo di vincere noi.

Inutile dire che non ci ha fatto molto piacere vedere addirittura un trionfo dei diavoli. Ma l’Inter non c’è mai stata in campo tranne qualche sprazzo e, quindi, vittoria meritata. Adesso tocca a noi.

Le 12:30 sono proprio un insolito orario per una partita di calcio. E se la squadra deve cambiare i proprio ritmi, svegliarsi presto, fare colazione con la pasta e chissà quali altre diavolerie per non subire lo shock di un assurdo spezzatino sportivo, anche noi tifosi non siamo da meno. Questa domenica mattina non è fatta per il relax e, nonostante il sole estivo, neanche per il mare o una scampagnata fuori porta. Questa domenica mattina la sveglia suona poco dopo le otto. Con la testa già nel pre-partita. Una colazione veloce, doppia razione di caffeina, niente panini nello zaino perché tanto la tensione non ci fa venire fame, chicchirichì già dentro. Per quelli non ci sono anticipi o posticipi che tengano. Si esce di casa calcolando i tempi di una partita normale. Ma capiamo presto che questa NON sarà una partita normale. Arriviamo a Fuorigrotta e le strade sono invase da sciarpe, tifosi di ogni età, auto e motorini con l’unico obiettivo di parcheggiare presto ed entrare nel tempio. I napoletani, pare, non abbiano dormito. Tutti già completamente svegli che corrono verso lo stadio. Parcheggio finito ai campetti di via Terracina, panico da scaramanzia, ma manteniamo la calma. Si parcheggia accanto e si spera che qualcuno abbia preso qualche posto per noi. Rompere altre scaramanzie potrebbe esserci fatale.

I tifosi sono tantissimi, ma tutti dentro o fuori lo stadio. Nessuno ai tornelli.  Gli steward aspettano praticamente noi  per farci entrare senza nessuna fila. Sempre più strano. Archiviata la pratica perquisizione-zainetto con un “Non ho bottiglie” da parte mia e un “Mi fido, vai” della sorridente steward, si entra. Il sole è travolgente, caldo e … di fronte a noi! Per una volta il settore dei distinti avrà l’ombra e noi moriremo liquefatti, pensiamo. Il cambiamento d’orario sarà ricordato anche per questo.

Qualche posto è stato preso dal gruppo, per fortuna e per miracolo. Divisi su tre file, ma compatti. Mai come oggi, lo siamo stati per tutta la partita.

Nel pre-partita si commenta molto poco il derby della sera prima, si scherza soprattutto sul cambiamento di abitudini in virtù dell’anticipo mattutino, ci si sventola con quel che si trova per il troppo caldo, c’è chi mangia un cornetto perché in fondo fare colazione al San Paolo non ti capita spesso e può essere divertente. Chi apre Borghetti come se fossero un personale termos di caffè. C’è chi non ha superato indenne la sbornia del sabato sera e stenta a riprendere la forma. Poi ci rendiamo conto che quella è la sua forma migliore e ci piace anche per questo. Si ride, come sempre. Ma la tensione c’è. Entrano i giocatori per il riscaldamento. Fischi per gli aquilotti, applausi tenuti in caldo per due settimane e finalmente esplosi per i nostri azzurri. Sguardo a chi c’è inaspettatamente come Aronica e a chi non c’è, meno inaspettatamente, come Gargano. E’ l’ora del rito scaramantico dei chicchirichì. Ci accorgiamo presto che il sole non giova alla cioccolata e dobbiamo affrettare la questione se non vogliamo continuare a leccarci le dita per tutta la partita.

Tutto pronto. Giusto il tempo di un mazzo di fiori per Mister Reja accolto da un bell’applauso e un coro tutto per lui. Napoli non dimentica.

Stiamo per cominciare, quando pseudo capo-tifosi palestrati ed esaltati ci intimano tutti di restare seduti. Siamo stretti e ammassati come le formiche, qualcuno non ce l’ha neanche il sediolino vuoto, ma dobbiamo restare per il primo quarto d’ora seduti per quella che pare sia una protesta in favore dei diffidati. Non si canta, non si applaude, non si fischia, non si salta. Insomma vogliono farci essere tifosi che non tifano. Ma noi vogliamo sostenere la nostra squadra, storciamo il naso, proviamo quasi tenerezza per chi si crede un leader a suon di insulti e voce grossa e guardiamo la partita. A differenza loro.

A questo punto, è successo di tutto. In novanta minuti si sono materializzate al San Paolo mille emozioni, contrastanti, intense, vive. Tutte condivise con “quelli giusti”. Con quelli che, malati per questa squadra, sono capaci di svegliarsi alle otto nell’unico giorno di riposo dal lavoro, rischiare la prima insolazione della stagione, pranzare alle tre e mezza, nascondersi i Borghetti ovunque pur di averne per tutta la compagnia, mangiare o non  mangiare un chicchirichì per pura scaramanzia, aspettare flemmatici il quarto d’ora di gloria di personaggi mitologici da curva prima di cantare a squarciagola e scaricare le proprie tensioni di una settimana. Due nel caso specifico di oggi.

La Lazio ci segna due volte. Il bambino davanti a noi, al primo goal piange deluso. Se fossi stata io la mamma, sarei stata orgogliosa di lui! Noi più grandi non ci scoraggiamo. Imprechiamo, certo, ma ci crediamo. In un minuto ne segniamo noi due. Il primo è passato quasi inosservato, sottotono. Il secondo è un putiferio di abbracci e di corde vocali lanciate in campo. E con loro lanciamo anche un paio di occhiali. E’ destino che ad ogni partita dal nostro gruppo voli qualcosa. E come la fede rotolata in occasione del Cagliari, anche gli occhiali si ritrovano, ma distrutti. Per fortuna siamo riusciti a rimediare incastrando alla meno peggio la lente nella montatura ammaccata, perché altrimenti il malcapitato, Maurizio, non avrebbe potuto vedere il miracolo avvenuto subito dopo.

Inutile raccontare ciò che sicuramente avete visto e rivisto, così come ho fatto io, almeno una decina di volte appena tornata a casa. Cavani porta a casa un altro pallone per l’ennesima tripletta. Realizza un rigore, per nulla spaventato dalla  profezia di Muslera il quale aveva dichiarato che in caso di penalty gliel’avrebbe parato.  Facendosi praticamente un’autogoal. Anche Aronica vuole farne uno e glielo perdoniamo. La vittoria è cercata, voluta, strappata con un pallonetto del Matador, sempre lui, che ci regala una goduria immensa. Tutte gesta della nostra domenica azzurra un po’ sui generis che possiamo vedere e rivedere quando vogliamo.

Ma c’è una cosa che mi porterò dentro per sempre di questa partita. Qualcosa che nessun video postato su you tube può farmi rivivere. Le lacrime, tante lacrime, i singhiozzi, gli occhi rossi, i miei e di tutti coloro che mi circondavano in curva. C’era chi si nascondeva per imbarazzo, chi non credeva ai propri occhi commossi, chi in un abbraccio fraterno tornava bambino. E non avrei mai potuto vivere tutto questo se non avessi messo la sveglia alle otto nell’unico giorno di riposo, non avessi rischiato la prima insolazione della stagione, non avessi messo in conto di pranzare alle tre e mezza e non avessi sopportato l’arroganza di chi  ingrossando la vena di un collo taurino aveva osato gridare “Noi siamo Napoli, rispettate noi”. Che ingenuo!!

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