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Perché è solo un giorno che non va…


1110144-17571210-640-360Disfattisti, catastrofici, pessimisti dell’ultim’ora e quelli storici, menagrami involontari e critici pseudo-allenatori da bar, venite a noi. Avete, tutti quanti e nessuno escluso, avuto il vostro “giorno di gloria” e, giustamente (per il vostro credo, s’intende) vi siete dati alla pazza gioia sfogando la vostra repressa voglia di critica mista ad ira incontrollata, priva di quel minimo ma necessario momento di lucidità che avrebbe, forse, limitato i danni, aiutandovi a riflettere prima di sputare fuori i vostri osceni quanto irriverenti commenti post gara, dopo che una sconfitta come quella di ieri che, francamente, ad appena due mesi dall’inizio del torneo, può anche starci.

E’ ovvio che c’è delusione, però contavamo sul briefing che gli ultimi anni da “grande”avevano dato modo, anche ai tifosi partenopei, di somatizzare il concetto di sconfitta in maniera diversa, più ponderata e riflessiva, lasciando definitivamente quegli assurdi e provinciali estremismi che traghettavano puntualmente ad un solo ed unico comune denominatore: la delusione, che si vincesse o che si perdesse. Sentire risuonare nuovamente strampalate critiche a chicchessia, al tecnico Benitez, che oggi è un presuntuoso ed un allenatore senza polso perché ha concesso ad Higuain di decidere se giocare o meno, Cannavaro è un brocco, un giocatore finito, che farebbe meglio ad andare altrove, quando fino a Marzo scorso ci chiedevamo come mai Prandelli insistesse sempre con la solita difesa filojuventina, senza prendere mai in considerazione “il capitano” di quell’epoca che, oggi, vede l’ammutinamento improvviso di un popolo che sa troppo presto voltare le spalle senza un minimo di riconoscenza, dimenticando con disarmante rapidità che ieri si diceva il contrario di oggi.

Hamsik è diventato il “fantasma“, l’ombra di se stesso, un calciatore che farebbe bene a riflettere su ciò che sarà il suo futuro se davvero vuole essere il leader di questa squadra. A questo si è arrivati, a rinnegare un giocatore che soltanto pochi giorni fa era il simbolo dello straniero adottato dai napoletani, un figlio a cui, con estrema semplicità, si è negato l’alibi della casualità, del giorno maledetto, di una cattiva stella che, a tutti e concesso, può non brillare per qualche sera. Si, è pur vero che lo stesso slovacco risulta recidivo nelle gare che contano, ma, miseria ladra, la serata di ieri ha principalmente vissuto sugli episodi, e se gli episodi non t’aiutano, vuol dire che, prima o poi, la “storta” viene, beffarda, a giocarti il famigerato “brutto tiro” ed ecco imprecare per non aver approfittato di due nitide palle gol che avrebbero cambiato il testo di un copione che oggi fa male.

Si è continuato ancora, cosa credete. Si è detto di Pandev come di un giocatore da panchina, quando la scorsa settimana fu lui a togliere le castagne dal fuoco, e tutti ad osannarlo per essere tornato ad essere il bomber dei tempi laziali, si è accusato Maggio di scarsa incisività, dimenticandosi che viene da un intervento e che la forma non è ancora delle migliori, si è toccato l’imponderabile quando anche le valutazioni della gara di Insigne e di Behrami sono state vittime di illazioni sproporzionate, l’uno per non aver saputo vestire i panni del leader, l’altro per una incomprensibile opacità (non capiamo davvero in quale circostanza). Nel mirino anche l’infortunato Higuain, che avrebbe dovuto palesare le sue condizioni pessime al mister, prima di accettare di entrare in campo, mettendo in mostra il terzo atto della “morte del cigno“, regia di Benitez e montaggio dello stesso “pipita“. In conclusione (se mai ce ne sarà una), si è tirato in ballo (ma tu guarda!) il presidente e la sua mancata volontà di tirar fuori “i quattrini” per completare la rosa. Ah, se avessimo avuto Skrtel al posto di Cannavaro….

Signori, ci rendiamo conto di quanto si è bravi a costruire un sogno e quanto, in un tempo sgraziatamente breve, si è in grado di distruggerlo? Fosse solo questo. Il vero problema è che non si vuole accettare ciò che la vita ci insegna tutti i giorni, e cioè che tutto è casuale, niente è programmatico. Così come nel quotidiano, il calcio vive e vegeta negli episodi, in ciò che accade per milioni e milioni di piccoli motivi creati dal caso stesso, che insieme costituiscono il concetto del fortuito, della combinazione, della coincidenza. Ebbene, “Io non ci sto” con questo modo, ripetitivo e snervante, di leggere e somatizzare una sconfitta, votata a mettere confusione senza dare un concreto aiuto ad un gruppo che ha bisogno solo di sostegno.

Sia ben chiaro, non siamo mica orbi a tal punto da non comprendere che il puzzle di questa squadra manca di qualche pezzo, che il mosaico azzurro sia incompleto non è certo un mistero, ma i modi ed i tempi per riconoscerlo e, perché no, contestarlo sono concessi, ci mancherebbe, ma stigmatizzare  e crocifiggere ad ogni sconfitta potrebbe essere il male incurabile del cammino di questa squadra, la malattia di un’annata che può condizionare terribilmente la gestione del club partenopeo. Professiamo calma, una maggiore capacità di assorbire la sconfitta, attraverso un’analisi più condivisibile e meno “kamikaze“, cercando di gestire la rabbia e di ricordarsi che, in un angolo del cuore, si è sempre innamorati della squadra azzurra, a prescindere dal risultato, a prescindere dagli errori dei calciatori, e chi è innamorato non cede all’ingannevole terapia dell’eccessiva criticità  per gestire la delusione. Verranno giorni migliori, verrà anche il momento che, dopo una gara come quella di ieri, si può arrivare alla conclusione che “è solo un giorno che non va“.