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L’editoriale di Ivan De Vita: “A lezione da Cenerentola”


editoriale_ivan_de_vitaA volte ritornano. E se ti colgono alla sprovvista possono lasciarti sotto shock come un pugile suonato. Sono i fantasmi del passato, subdoli e meschini. Un rigurgito di ombre nere che il presente fa di tutto per insabbiare, eppure talvolta spunta ancora fuori la testolina.

Strafalcioni difensivi, turn over all’acqua pazza, sterilità offensiva contro le cosiddette piccole. Il Napoli del primo folle mercoledì di campionato aveva lo stesso sangue infetto di quello delle ultime stagioni, parente lontanissimo della “Rafalandia” apprezzata e (oltremodo) esaltata da fine agosto ad oggi. Assolutamente ingeneroso e incosciente sputare fango sulla nuova creatura dopo un mezzo passo falso. La striscia di vittorie e il gioco espresso finora sono fondamenta solide da cui ripartire. Non si tratta, però, di una macchina perfetta. E sarebbe stato surreale in virtù della rivoluzione estiva. Benitez, da professionista esemplare qual è, si è assunto le proprie responsabilità. Ben vengano serate del genere a fine settembre. Ora però tutti a lavoro, bisogna rettificare gli aspetti traballanti. Solo da qui potrà nascere il cigno che tutti vogliamo

APPROCCIO. I primi quindici minuti visti a Milano sono di una rara perfezione. Tecnica, vigore atletico, fame, senso della posizione. Forse tra i migliori incipit della storia recente partenopea, tenuto conto del teatro che ci ospitava. Sintomo di un avvicinamento diverso alle gare di cartello. “Benitez ci trasmette tanta tranquillità nel pre-partita, è inutile innervosirsi“, ha confessato Behrami.  Atteggiamento superlativo, classico di un vecchio lupo di mare che sa come affrontare le tempeste più impervie. Un grosso passo in avanti se si considera che chi lo ha preceduto era costantemente sotto pressione e alla squadra, come diretta conseguenza, tremavano le gambe. Ora mi chiedo: può un esperto di calcio e dei  suoi infiniti tranelli come Don Rafè sottovalutare la matricola Sassuolo? Tra l’altro imbufalito, non certo annichilito, dalle sette sberle beccate dall’Inter? Il Napoli trascina con sè da anni il vizio di abbassare facilmente la guardia. Non sembra essere completamente guarito. “Grande con le grandi, piccolo con le piccole”. E’ un epiteto obsoleto, ammuffito. Mister, attendiamo una svolta.

TURNOVER. Come di routine dopo queste gare è l’argomento che tiene banco. Non avrà fatto troppi cambi? Sei rispetto a domenica a San Siro. Non molti di più di quelli  presentati contro l’Atalanta dieci giorni. Allora furono applausi a scena aperta sulla sua rotazione. Ma quanto incide il risultato finale su qualsiasi opinione? In realtà l’errore di Rafa ieri è stato stravolgere l’assetto difensivo, aggiungendo a questo la panchina di Behrami. Un “prego, si accomodi!” agli avanti emiliani inspiegabilmente ingenuo. I cambi nel reparto offensivo, però, ci sono tutti. E al netto di ogni possibile critica, quegli undici spediti in campo devono poter battere la pur coriacea formazione di Di Francesco. In fin dei conti Benitez ha sempre sottolineato l’importanza dell’intera rosa per giungere senza fiatone fino in fondo. Un dubbio mi pervade: tante seconde scelte sono adeguate al progetto Napoli? Si possono spendere 80 milioni sul mercato e lasciare falle visibili almeno in difesa e a centrocampo? Ai posteri l’ardua sentenza.

EQUILIBRI. La chiave di tanti trionfi, specialmente in Italia, è la solidità. La tenuta del Napoli in fase di non possesso lascia chiaramente perplessi. Tanti i campanelli d’allarme, dal Chievo al Milan. Nessuna reazione, un pizzico di superficialità. Gli azzurri soffrono pesantemente gli uomini che galleggiano sulla trequarti, l’eccessiva distanza tra la linea di centrocampo e quella arretrata concede praterie a qualsiasi avversario. Il modulo di Benitez  è chiaramente a trazione anteriore: propositivo e a tratti brillante quando si è in possesso di palla, troppo scoperto sulle ripartenze. Il tampone per eccellenza è Valon Behrami, ma non può certo da solo sopportare una tale mole di lavoro. Inler e Dzemaili non hanno le sue caratteristiche, schierati insieme lasciano il Napoli pericolosamente sbottonato. Se poi gli esterni, com’è accaduto ieri, arrancano, la sofferenza è disarmante. Eccellente il calcio fraseggiato e spumeggiante, ma il buon Rafè farebbe bene ad attingere nuove soluzioni dal tanto biasimato calcio all’italiana.

HAMSIK. Un extraterrestre che troppo spesso ama confondersi con gli esseri umani. Ormai i discorsi su Marechiaro sono divenuti ridondanti. Anche l’anno scorso ha avuto un inizio di stagione fiammeggiante, per poi calare alla distanza e accendersi a fasi alterne. Un calciatore unico nella sua specie, con doti tecniche e di intelligenza tattica introvabili. La costanza di rendimento fisica e mentale sono sempre state le sue pecche. Ogni anno che passa, però, le responsabilità sul suo groppone si accumulano. Può permettersi una pausa ogni tanto, ma non lunghi periodi di mutismo. La circonferenza azzurra ruota intorno al suo raggio slovacco. Perdere le sue tracce ci lascia spaesati, oggi più di ieri.

Il record di cinque vittorie consecutive conseguito dal Napoli di Ottavio Bianchi non è stato agguantato. Ma le statistiche lasciano il tempo che trovano. Intanto si faccia tesoro della lezione di umiltà e bon ton impartita dalla Cenerentola neroverde. Solo esaminare i nostri limiti e tentare di correggerli ci consentirà di soffiare le candeline a maggio. Tre. Possibilmente tricolori.

Ivan De Vita

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