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De Giovanni è perplesso: “Dov’è finito il Napoli?”


maurizio-de-giovanniFatemi un favore. Diamo per sottintesa una bella premessa, sulla quale concordiamo tutti. Che cinque anni fa si giocava a Gela, che siamo comunque secondi, che la stagione è stata straordinaria, che ormai il Napoli è stabilmente nelle zone alte della classifica, che il calcio è fatto di episodi, che in questo periodo non ci dice bene, che l’impegno è fuori discussione e che di mamma ce n’è una sola; concetti che peraltro saranno espressi con accuratezza e nessuna varietà di termini nelle dichiarazioni di tecnici e calciatori, a televisioni e giornali.

Detto questo, all’indomani della sconfitta a Verona il tifoso azzurro si pone alcune questioni. Per esempio si chiede, legittimamente, che fine abbia fatto la propria squadra: quella, per intenderci, che aveva messo paura ai bianconeri che oggi viaggiano a nove punti di vantaggio, che lottava su tre fronti, che vantava due tra i pochissimi top players del campionato italiano, che proponeva un gioco scintillante e concreto. Da brividi il ruolino delle ultime sette partite, in costante, clamorosa involuzione la condizione atletica, la schiera dei calciatori inadeguati che include nuove unità a ogni incontro; due obiettivi sfumati, il terzo messo a rischio dalla rincorsa degli avversari che vengono da dietro, con ben altra velocità.

Il tifoso, legittimamente, si domanda a questo punto del torneo cosa debba aspettarsi dalle dieci partite che verranno, perché si rende conto che non dipende dalla forza degli altri ma dalla debolezza dei nostri, sempre più evidente. Il tifoso si chiede, legittimamente, se il problema sia di natura atletica, perché in quel caso gli azzurri saranno aiutati dal fatto di essere l’unica compagine tra quelle di testa fuori dagli impegni europei (che bello, eh?), e di avere tutta la settimana a disposizione. Il tifoso si domanda, legittimamente, se non ci sia da preoccuparsi della rincorsa del Milan, la squadra più determinata tra le inseguitrici, forte per di più dello scontro diretto in casa, a San Siro, il quattordici di aprile: preso atto che i rossoneri, a gennaio, hanno acquistato Balotelli mentre gli azzurri optavano per Calaiò. Il tifoso si domanda, legittimamente, se sia stata la concentrazione a crollare, e perché sia successo: se non sia per le sirene che cantano da lidi lontani, e che incantano alcuni uomini chiave del progetto tecnico; e la mente va al pur irreprensibile Campagnaro, a Zuniga, allo stesso Mazzarri, tutti in scadenza di contratto e ben lontani da qualsiasi idea di rinnovo. E anche alla clausola rescissoria di Cavani, alta ma pienamente alla portata di almeno cinque potenziali acquirenti. Il tifoso si chiede, legittimamente, come si possa compensare il calo dei titolari con una panchina priva di ricambi anche lontanamente adeguati, dal momento che con gran parte dei soldi derivanti dalla clausola rescissoria di Lavezzi sono stati acquistati Pandev e Vargas. Il tifoso si chiede, legittimamente, se sia chiaro almeno a chi segue la squadra tutti i giorni cosa stia succedendo, giacché le cause dal di fuori appaiono oscure, e se ci sia rimedio: perché non crede, il tifoso, che la sfortuna possa spiegare quattro pareggi e tre sconfitte, coppa inclusa, in sette partite. Non ci crede, assolutamente.

E con angoscia il tifoso si chiede se già da domenica, con l’avvelenata Atalanta di Denis, Cigarini e Marino, gli azzurri saranno in grado di raccogliere le forze per non gettar via, proprio quando lo si aveva a portata di mano, un secondo posto assolutamente fondamentale per continuare la crescita pianificata dalla società a inizio stagione.

Fonte: Maurizio De Giovanni per Il Mattino

 

 

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