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Non doveva finire così…


editoriale_carlo_letteraNon doveva finire così. E adopero lo strumento del “dovere” avendo ancora negli occhi la polvere commovente della struggente coreografia.
Quando il chiasso della folla si è estinto, quando il numero è diventato definitivo e la speranza delusa ha rifatto con poca grazia la valigia prima così colma, mi sono avvertito un bambino.

Una fragile creatura che impara imitando, che è lontano da ogni astrazione e da ogni complessità che ramifica i quesiti, e che in virtù di questa inclinazione non vuole ragionamenti superiori, nè sa trovare scuse o comprensioni.

I bambini non sono giornalisti, a loro le parole incrociate e le figure retoriche, le analisi decostruttive e quelle sintetiche non interessano, per loro una promessa è pericolosamente prossima ad una certezza, e i discorsi degli adulti troppo vicini alla verità per non confinare con la parola sacra.

Quando l’arbitro ha fischiato mi sono trovato ad essere uno di questi dimenticati bambini.
Erano settimane che mi preparavo all’esplosione liberatoria (poi convertitasi in un inappagante coito interruptus), non perchè non sapessi intercettare la fatica e la complessità dell’evento, il ruolo della fortuna e del carnivoro caso; semplicemente avevo imparato imitando.

Nei luoghi che attraversavo, nei non-luoghi in cui aspettavo, ovunque uomini che costruivano in me l’attesa di un trionfo, di un giorno biblico, di un’epopea da raccontare nel luttuosi giorni di domani. In me quei discorsi avevano sortito la triste e superba meraviglia che si abbatte sul condannato a vincere.

Ho sempre avuto l’esigenza della nudità dai ragionamenti, dalle sovrastrutture del pensiero che ingabbia, simbolo infame del mancato vivere e del troppo guardarsi.
In questo ultimo mese sono regredito all’infanzia, ma ciò che per gli altri, i filosofi del sistema grigio reputano appunto una regressione, io la saluto come progresso.

Avevo gli occhi di nuovo vergini, e la mente così liscia da commuovere finanche il mio nipotino di tre anni. Ci credevo alla vittoria, ma non come frasario del tifoso abituale e abituato, ci credevo perchè essendo progredito all’infanzia l’auspicio si era liberato dal calcolo delle possibilità per gettarsi nelle braccia della materna certezza.

Ecco perchè non doveva finire così, al di là del distacco invariato, di Dzemaili, di Vucinic, al di là dei punti che restano e delle partite che vanno.
Cosa volete che importi di tutto questo corollario ad un bambino ingannato?
E poi ci lamentiamo del dispetto, ossia la risposta istintiva di ogni fanciullo ad una promessa non mantenuta.

Non doveva finire così, ed io, bambino indispettito, non ho la capacità emotiva di giustificare quanto ieri accaduto.
Seduto in corruccio la mia “vendetta” risentita sarà il negarti il canto, mio amato Napoli.

Carlo Lettera
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