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Napoli, qualcosa è cambiato


La verginità istintiva sembra salutare il cuore lasciato troppo tempo a mostrasi sulla piazza. Di tempo ne è scorso, e forse a noi è toccato solo un furtivo sorso. Il Napoli è diventato adulto, la Coppa Italia conquistata ha spezzato il filo della nostra purezza, della nostra incoscienza benedetta. “To’- ci hanno urlato – ora hai avuto la tua prima donna, non potrai più rifugiarti sotto le sottane del sogno o i guanciali delle illusioni, da domani smetti i tuoi vecchi vestiti di adolescente che maneggia la furia, gira nelle locande della realtà vera, quella dove ci si spintona e dove nessuno ti chiede permesso dopo averti cacciato il marmocchio tra i piedi”.

E allora una rabbia mi preme alla tempia, questi maledetti sfrondano il mio albero delle foglie più belle, mi conducono al mercato della realtà privandomi della possibilità di essere tutti e poter avere tutto. Il mio Napoli è cresciuto, ecco perché mi si incendia ancora il cuore quando il presidente smette le oneste costumanze e ridiventa sfrontato come solo un’ anima al riparo della storia sa essere.
Il presidente che attacca i giornalisti è la fiammella agonizzante del primo Napoli, quello scostumato e terribile, che tutto poteva perché nulla gli veniva richiesto. Il Napoli che irrideva e che non faceva calcoli, quello della battaglia continua – e chi se ne fregava dei morti o dei feriti -, quello che si muoveva tra i calcoli matematici della classifica come una mina che si divertiva a spaventare con la sua carica innescata. E Marino lo diceva “Il nostro verbo è stupire, altro non conosciamo”.

E oggi? Ora si deve pensare, ora siamo costretti a portarci dietro il macigno della logica, dell’opportunismo, del calcolo centellinato, il verbo del  “non si può più sbagliare”. Entrati nel circuito delle aspettative che generano nevrosi, ci sta benissimo un’azzuffata tra un giornalista che troppo pretende e un presidente che ancora vuole giocare a schiacciarsi i brufoli.
E allora giù a tartassare, a indicare, a suggerire. Al Napoli non si permette più di essere adolescente, ci vogliono trascinare nella loro logica di medietà mediata, di borghesia piccola piccola che al ricevimento fa entrare prima la cassaforte e poi l’uomo che la porta.

Mi sento soffocare in questa nuova dimensione che punta ossessivamente alla vittoria, al realizzarsi della squadra.
Che orrore questa parola r-e-a-l-i-z-z-a-r-s-i. Ma che intendono? Ah, dimenticavo! Vogliono semplicemente dire “Smetti di immaginare e fatti succhiare l’anima, segui la freccia che ti porta al palazzo della banalità, al già fatto e che ora tocca a te fare
, in un eterno circuito ripetitivo ed estranianate”.
Visto? Ricordavo! E’ da qui che quindi parte il piano di cooptazione del Napoli soccer. Ci vedevano diversi e, si sa, il potere costituito non tollera la nota scritta fuori lo spartito già consegnato al tipografo. Non ci hanno perdonato la parlata spontanea, il nostro essere sempre pronti a dire quello che pensavamo, unico modo affinché il vile ci scansasse.
E ci sono riusciti – solo il presidente ancora un poco resiste -. Anche noi tifosi ormai vogliamo realizzarci, non sapendo che ogni realizzazione non è altro che andare incontro alla morte. Non è meglio non concludere, essere schegge che mai si fermano e che proprio per questo fanno lievitare i sogni dei più grandi successi? Se vinco non posso più sognare di vincere..e che tristezza sarebbe la mia e la vostra di vita.

Un po’ vi voglio provocare. Ma dopo aver letto attentamente, miei cari lettori, vi chiedo: “Preferite la nuova barba seriosa del Napoli? O preferite il ginocchio sbucciato e le corna fatte al primo che passa? Aspetto risposte”

Carlo Lettera
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