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“La mafia è dentro la politica, dentro l’economia, dentro la vita pubblica e le esperienze collettive.” Commissione parlamentare antimafia, Relazioni della XI Legislatura

Le organizzazioni criminali riciclano il danaro attraverso le sponsorizzazioni alle società di calcio, attraverso le scommesse, non soltanto quelle clandestine, e mediante le scuole di calcio. Arruolano manovalanza tra gli ultrà, per lo spaccio e le estorsioni, talvolta costringendo le società a concedere privilegi particolari ad alcuni tifosi. Il crimine controlla spesso la vendita dei biglietti, e le stesse società di servizi per l’emissione e la vendita dei tagliandi dispongono di finanziamenti provenienti da ambienti criminali. I clan controllano società di calcio delle serie minori, e non solo minori, attraverso prestanomi o presidenti provenienti dai clan stessi. L’ingerenza mafiosa non si limita soltanto all’introito, ma si estende pure agli ingaggi, favorendo alcuni calciatori a discapito di altri, regolando le assunzioni, le procure e le gestioni.

Le famiglie mafiose, la camorra, la ndrangheta e la sacra corona unita controllano interi campionati, determinando i risultati delle singole partite, alterando così gli esiti finali delle dispute. Le mafie sono presenti nella storia del calcio italiano e internazionale più di quanto le indagini e i documenti hanno fatto emergere nel corso degli anni. Gli stessi organi investigativi sanno di non essere totalmente liberi nello svolgimento delle indagini, perché scalando la piramide delle categorie si rischierebbe di distruggere l’intero sistema dello sport italiano più popolare. Dalle squadre di categorie minori fino a quelle di livello internazionale, la logica mafiosa, in una modalità o in un’altra, interviene per salvaguardare interessi economici molto rilevanti. Gli stessi scandali finanziari degli ultimi anni, campionati truccati e calcio scommesse, doping e dissesti finanziari, si legano alle sorti di alcune celebri società di calcio.

Pochi anni fa, la magistratura ha ammesso l’impianto accusatorio secondo cui il clan dei Casalesi, nota organizzazione criminale campana, avrebbe aspirato all’acquisizione della Lazio, attraverso la mediazione di Giorgio Chinaglia, vecchia gloria del calcio italiano. Il denaro, depositato presso istituti bancari ungheresi e tedeschi, se la transazione fosse avvenuta, sarebbe stato dirottato in banche italiane. L’attuale presidente della Lazio, Claudio Lotito, avrebbe anche ricevuto delle intimidazioni da parte di emissari della camorra, dirette a convincerlo a cedere la società. Nel 2008 sono stati arrestati alcuni esponenti dell’alta finanza e alcune persone considerate luogotenenti dei casalesi nella capitale. Le ultime indagini sullo scandalo del calcio scommesse hanno rivelato che il controllo della rete clandestina fosse da tempo nelle mani delle organizzazioni criminali. In passato sono tanti gli episodi resi noti alle cronache di rapporti di amicizia tra calciatori famosi e boss della malavita. Il più celebre l’amicizia, negli anni ‘Ottanta, tra Diego Armando Maradona e Luigi Giuliano, allora capo di una delle famiglie di camorra più potenti di Napoli. A onor del vero, al di là dell’aneddotica, l’impianto generale dei rapporti tra mafie e società di calcio della serie A, è, oggi, ancora così fitto e complesso, da non poter essere definito con precisione, lasciando all’esito delle indagini una serie di risposte che suggeriscono di serbare molti dubbi e riserve sugli attuali accadimenti. Non è ancora possibile, giunti a un certo livello, tracciare un quadro che sia chiaro e certo.

Invece, la periferia del calcio è una geografia di società sportive completamente controllate dalla malavita. Perché le organizzazioni criminali hanno interesse a gestire squadre minori quando potrebbero benissimo puntare tutte le loro forze su quelle delle serie maggiori? Un’ipotesi plausibile è la necessità, da parte dei clan, di trovare immediato e facile riscontro nell’affermazione territoriale. Una società meno conosciuta è anche meno monitorata dalle forze dell’ordine e più lontana dall’opinione pubblica, ma, allo stesso tempo, ha un grande peso politico locale. Ecco che attraverso squadre di categorie inferiori, spesso prossime ai margini dilettantistici dello sport, le famiglie mafiose possono ingerirsi nella partecipazione popolare di piccole cittadine, annidandosi nelle passioni abitudinarie, guadagnandosi consenso e riconoscimento, diretto o indiretto, anche da parte di chi è estraneo agli ambienti criminali. Soggiogando il dettaglio popolare, la mafia riesce ad avere più facile ingresso alla politica e alla società, agendo anche su aspetti psicologici apparentemente distanti dalla consuetudinaria responsabilità individuale, che non è quella puramente legale, ma più passionale, tendente a giustificare anche la presenza della malavita, laddove risiedano passioni e fedi sportive. Le mafie hanno compreso che, per consolidare il loro potere, devono impadronirsi anche del mercato delle emozioni. E quale luogo più appetibile se non quello del calcio e dello spettacolo?

Il Giugliano Calcio, la Boys Caivanese, la Mondragonese, l’Albanova e tante altre società di calcio dell’hinterland napoletano e casertano, sono state indagate perché la loro proprietà era legata ai clan più potenti. Lo stadio della Caivanese nascondeva un arsenale, l’Albanova era la squadra dei Casalesi, e la Mondragonese, società vicina all’omonimo clan, aveva addirittura tentato di ingaggiare, a fine carriera, Toninho Cerezo, celebre calciatore della nazionale brasiliana. I clan lavorano pure sulla popolarità, riuscendo a nascondere il silenzio omertoso del loro occulto operato nel fragore della passione calcistica di piccoli ma, sul piano strategico, significativi centri urbani. La Paganese, coinvolta in uno scandalo politico che ha condotto a un’inchiesta ancora in corso, era finanziata da denaro proveniente da un giro di estorsioni. La Nocerina, oggi in serie B, ha alla sua guida Giovanni Citarella, noto imprenditore del calcestruzzo, figlio di Gino Citarella, esponente del clan della Nuova Famiglia, assassinato nel 1990. Lo stesso Giovanni Citarella, condannato in passato per concorso in tentato omicidio, è stato più volte indagato, ma poi assolto, per sospetti rapporti con ambienti criminali.

La distrazione e il riciclaggio del danaro, le gare truccate di appalti, fino al voto di scambio e a ogni altra degenerazione dei rapporti politici e finanziari, si legano al mondo del calcio, sia professionistico che dilettantistico, fungendo, tale legame, da ulteriore strumento di potere, efficace e radicato, permeato nella doppia camicia del seguito e dell’ipocrisia. In Campania, in Calabria, in Sicilia, in Basilicata, in Puglia e anche in alcune regioni del nord, il fenomeno dell’asservimento calcistico al potere mafioso è molto diffuso, e ha come scopo primario quello di controllare tanto il profitto quanto l’opportunità di “arruolare” manovalanza pulita e inconsapevole, sia tra i giovani atleti che tra i giovani dirigenti.

Ecco come, in misura così complessa e articolata, il crimine organizzato alberga nelle gioie della vita, facendosi talvolta garante della sopravvivenza del gioco stesso, ottriando alla percezione popolare quello che in apparenza sembrerebbe provenire da normali processi umani, senza riguardo alcuno agli spontanei approcci della passione. Non c’è rischio peggiore per una società che l’applicazione universale dell’astuzia e dell’inganno alle passioni. Qualcuno sostiene che il calcio sia soltanto un gioco. Sigmund Freud, ne Il poeta e la fantasia, ha scritto: “Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale.”

sebastiano di paolo, alias elio goka      

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