Nel 1215 il Re Giovanni d’Inghilterra firmò un documento che divenne storico, la Magna Carta. Forse in pochi sanno che ci fu un altro documento, della stessa importanza, o ancora maggiore: la Carta della Foresta. Questa invocava la protezione dei “commons”, i beni comuni, da ogni potere esterno. Prima di essere vittima del libero mercato e della religione del consumo la Carta della Foresta sanciva l’eguale sfruttamento di un bene, la sua equanimità e la tutela per le generazioni future. Almeno fino al 1700. Sì, perché da allora tutto è cambiato. Anche il calcio? Anche il calcio.

La scintilla scattò quando la Banca Mondiale dichiarò legittimo il lavoro della multinazionale mineraria Pacific Rim nel Salvador, contro i cittadini che cercavano di difendere le loro terre dalla devastazione e dal saccheggio dei beni naturali. “Che se ne restassero al loro posto quegli sporchi indigeni, che li lasciassero lavorare in santa pace. Il mercato chiede materiale, e subito!” La Bolivia, in quel tempo, era la regione più povera del Sud America, ma aveva dalla sua parte un governo unico nell’intero pianeta. Dopo il saccheggio delle sue risorse minerali e delle materie prime, furono proprio gli indigeni a prendere le redini del governo e a guidare la rivolta contro la distruzione dei beni comuni, a favore di uno sfruttamento sostenibile della Madre Terra.

 Per venire in soccorso del Salvador, nazione amica e compagna della stessa sfortuna, la Bolivia organizzò quella che si può definire la conferenza mondiale più strana della storia. Arrivarono prontamente più di 35 mila persone, provenienti da 140 nazioni diverse. Dopo il vergognoso fallimento del vertice occidentale di Copenaghen sull’ambiente di qualche anno prima era arrivato il  momento di dare un segnale forte. E segnale forte fu. Gli indigeni erano estremamente efficienti e sensibili nei confronti degli ospiti stranieri, ma si dimostravano-contro ogni pregiudizio- determinati e, addirittura, autorevoli. I risultati non si fecero attendere.

In pochi giorni fu stilato un documento ufficiale che chiedeva una riduzione drastica delle emissioni nell’atmosfera da parte dei paesi più avanzati e, inoltre, fu proclamata, tra la gioia generale, la Dichiarazione universale dei Diritti della Madre Terra. Ma gli indigeni, estremamente consci della indifferenza occidentale nei loro confronti, decisero di colpire “il nemico” là dove quello era un padrone, sul suo territorio preferito, lo sport. Fu così che nacque il progetto PSG (Potential Signer Generation) della durata di 15 anni.

Il programma prevedeva appunto la nascita di una supersquadra del continente Sud Americano, sfruttando i talenti dei giocatori già affermati, in Brasile, Argentina, Cile, e mettendolo a disposizione delle nuove generazioni, per sfidare una volta per tutte il calcio dei raffinati occidentali. Nonostante parecchie perplessità gli indigeni-noti per la loro testardaggine-preseguirono il loro cammino verso lo sport. Anzi, in poco tempo la squadra cominciò ad avere una linea di gioco, uno schema rodato, un’anima. In appena 5 anni fu dato vita al nuovo campionato di calcio, l’anno successivo nacque la Lega del Sudamerica, che sostituì la Coppa Libertadores.

I tifosi si divertivano da matti ad ogni partita, c’era una festa prima e dopo il match a cui prendevano parte gli stessi giocatori, che cantavano e ballavano per ore insieme ai propri concittadini. I brasiliani, gli argentini e i cileni, ma non solo, anche gli americani, i messicani, i canadesi, vennero tutti a giocare in Bolivia. Bianchi e neri, indigeni e meticci, si sfidavano in squadre dai nomi roboanti e improbabili. E si divertivano. Eccome se si divertivano.

 
L’Europa, intanto, guardava prima con disgusto, poi con ammirazione quel progetto. Molti giocatori vennero a prendervi parte, spinti anche dalla crisi economica che da decenni attanagliava il continente. E non approdarono solo i vecchi; giovani di ogni generazione vennero in Bolivia trascinandosi dietro le loro famiglie.

Il PSG, quello vero, aveva acquistato tutti i giocatori rimasti nel Vecchio Continente, la sua rosa ammontava a 547 unità, più uno staff da 1.789 uomini. Era l’ unica squadra rimasta in Europa, e, spinta dalla voglia di dimostrare la propria forza, dichiarò guerra alla Bolivia. Guerra sportiva, si intende, ma si sa, le partite a volte valgono più di un trattato.

 Fu così che allo Stadio Nazionale Madre Terra della Bolivia fu disputata quella che verrà ricordata come la partita del secolo. Da un lato il PSG, dall’altra gli indigeni. Gli uomini del PSG si dimostravano cattivi in campo, non arretravano di fronte agli avversari. Gli altri, la rappresentativa boliviana, non facevano altro che divertirsi con addosso quelle casacche gialle-rosso-verdi, e salutare il pubblico che li applaudiva. Non ci fu partita. Nonostante la rimonta e la buona organizzazione di gioco da parte dei boliviani  il PSG si impose per 7-2.

A fine partita, però, come solito fare, furono gli atleti di casa a festeggiare, nonostante l’aspra sconfitta. Gli occidentali, vedendosi rubato anche il diritto di festeggiare, se ne tornarono tristemente negli spogliatoi, a capo chino e con la rabbia dentro. Fuori, la festa impazzava. Fu così che il PSG se ne tornò triste e vincitore nella sua vecchia Europa; intanto, in Bolivia, si festeggiava ad ogni partita. Ogni santa domenica un paese intero era rapito dalla gioia, mentre dalla’altra parte del mondo  una squadra, sola, sfidava se stessa davanti ad uno stadio vuoto.

Raffaele Nappi

Questo racconto è di pura fantasia: non mancano, però, riferimenti a fatti realmente accaduti.

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