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Dalla pessimista al bestemmiatore. Avanti il prossimo…


Pochi punti, molte speranze, troppe critiche. Questo era il carico con cui mi sono avviata allo stadio. Sarei voluta tornare con più punti, almeno tre, stesse speranze e meno critiche. È evidente che non ci sono riuscita.

Arrivo sugli spalti con una facilità immane, come neanche nelle amichevoli di agosto. Ancora poco traffico, ancora parcheggio abbastanza vicino, nonostante fosse poco più di un’ora prima della partita, ancora niente fila ai tornelli, ancora spalti vuoti. Alla quarta di campionato e già spalti vuoti di tifosi e pieni di delusione. A volte, credo, che tristezza chiami tristezza. E che l’entusiasmo dovrebbe essere contagioso. E che per essere contagioso dovrebbe partire da qualcuno. E che quel qualcuno dovrebbero essere i tifosi. Sta di fatto che anche l’annuncio delle squadre, ieri, è stato simile a quello dell’amichevole di Dimaro contro la Rappresentativa Trentino. Numero, nome e cognome del giocatore non urlato, non partecipato. Una lista letta frettolosamente come neanche Bonolis nel gioco finale di “Avanti un altro”, quando il tempo sta per scadere. A completare l’opera, una curva A in silenzio per tutto il primo tempo e con lo striscione sottosopra in segno di protesta. Ma, ipotizziamo, per l’arresto di Genny e gli altri.

In tutti i casi, l’umore tra noi è tenuto alto solo dal solito ragazzino capelli rossi e occhiale da nerd che canta, spesso da solo, ma canta, anche togliendosi la maglia in una serata non proprio calda, facendo scattare l’applauso di chi lo circonda. Dispiaciuti per le sue lacrime finali.

Noi, invece, di lacrime non ne abbiamo cacciate. E, a dirla tutta, forse un po’ ce l’aspettavamo. Quando gioca il nostro Napoli, c’è sempre la sensazione che gli avversari possano segnare quando vogliono, anche quando si chiamano Belotti, e che noi facciamo sempre una fatica immane, anche quando ci sono i titolari.

Quella contro il Palermo, possiamo dirlo, è stata una partita abbastanza schizofrenica. Ho sentito telefonate di giubilo da chi stava dietro di me sul primo e secondo goal: “E’ nu spettacolo!”. E uno scambio di battute di questi tipo:

“Uah! Non vedevo un goal su calcio d’angolo dai tempi di Boghossian!”

“Ja, non è vero! Tutti quei goal di Cavani sul primo palo!”

“Ah già! Allora non vedevo da anni un goal su calcio d’angolo di un difensore!”

“Ma se ha segnato pure Albiol, l’anno scorso!”

“Ah! Allo’ nun agg’ mai visto un goal di un difensore di colore da calcio d’angolo!”

Insomma, doveva esserci qualcosa di epico in quel primo goal di Koulibaly!

Il tempo di leggere un messaggio in cui mi si diceva che sembrava un allenamento e il Palermo segna il primo. Il tempo di capire se maledire di più la versione della divisa in campo “Nu jeans e ‘na maglietta” o il messaggio o la nostra difesa che, però, segna su calcio d’angolo, che arriva anche il secondo. A quel punto, si è attivato il bestemmiatore personalizzato accanto a noi. Nonostante il terzo goal di Callejon, il bestemmiatore ha cominciato, alimentato chiaramente dal pareggio siculo avvenuto nel secondo tempo. Ho sentito cose che voi umani non potreste neanche immaginare. Ha detto di tutto contro tutti. Conosceva le mamme di tutti i giocatori, compresi quelli in panchina, e facevano tutte lo stesso mestiere! Conosceva anche i defunti di qualsiasi persona dentro il campo, e li ha educatamente salutati tutti. Ma credo che in fondo abbia solo dato voce a tutti i nostri pensieri.  E in tutti i casi, meglio il bestemmiatore che la pessimista dell’altra volta. Ho quasi paura di conoscere il prossimo vicino di sediolino.

A fine partita, tante faccine desolate. A qualcuno manca Reina, a qualcun altro la “zona Mazzarri”, a qualche altro ancora un abbraccio consolatorio. Per adesso, il terzo mi sembra l’unico accontentabile.

Andiamo via tristi, salutando chi è venuto apposta da Verona, come sempre. E andiamo via per ultimi, con gli steward che, praticamente, con educazione, ci cacciano fuori. Alla battuta: “Non è che mo’ escono e fanno il terzo tempo?”, la risposta è lapidaria: “E che lo fanno a fare?!”.

Già. Meglio andare a prendersi l’abbraccio.