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DeLa, tra dietrologia e tetto salariale

In un film, un solo uomo, può cambiare il destino dell’intera umanità o può volare o ancora può diventare invisibile.  Ma i film si fanno al cinema, con macchine da presa, computer e svitati registi. Il calcio invece si fa in un campo verde, in diretta e direttamente a contatto col pubblico:  è qualcosa di molto più simile al teatro, caro patron De Laurentiis, il calcio. Nel teatro chi sbaglia non ha la possibilità di registrare di nuovo la scena, rovina l’opera e tutti quelli che han collaborato per metterla su. Cosa fare per evitare di rovinare tutto? di essere fischiati e presi per cialtroni? Beh, c’è un’unica soluzione, colui il quale finanzia e investe nel progetto chiama grandi attori, i migliori nel caso l’opera fosse internazionale, e i migliori costano tanto.

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Non sembra un po’ la situazione del Napoli? Il Napoli potrebbe partecipare per il secondo anno consecutivo alla Champions e non ha una rosa competitiva, anzi, si parla di mandar via i pezzi pregiati e puntare su giovani senza esperienza o su prime donne a basso costo, ma perché? E qui sorge l’ostacolo, quale?  Il tetto salariale. Non si tocca, non si supera assolutamente o qualcuno potrebbe rimanerci male nello spogliatoio. Meglio non vincere niente ma farsi paladini di un calcio vincente a basso costo, giustissimo. Meglio complimenti che coppe in bacheca, tanto più giusto. Poi, caro patron De Laurentiis, fino a qualche anno fa si era in C sul campo del Gela, inutile stare a lamentarsi, tanto se qualcosa va storto la colpa è sempre di chi monta il palco non di chi lo compra. E quel palco è ancora a Gela. Vero?

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