Scrive Hitler nel Mein Kampf:“Milioni di corpi allenati nello sport potrebbero trasformarsi in un paio di anni in un esercito.”

La cattiva coscienza, delle ingiustizie, chiude il suo registro distribuendo qua e là gli spiriti del passato vittime delle sue malefatte. La risolve così, sparpagliando fantasmi dei quali i nomi saranno presto dimenticati. Una diaspora, uno smarrimento generale, dal quale chi tornerà, sarà per sempre condannato a essere reduce inascoltato. Lo dice pure il Replicante di Blade Runner, che “tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia”. Ma l’orrore non sempre ritorna col capo cosparso di cenere a farsi processare. Alcune volte confonde le carte, si mimetizza tra la verità e la menzogna, facendosi esso stesso ipotesi di diniego e di assenso di sè, di condanna e di assoluzione.

Quando la brutalità umana attraversa la storia innervando di ferma e vigorosa tensione tanto il braccio del carnefice quanto quello della vittima, allora entrambi, attaccati ai corpi dei sopravvissuti, maneggiano con sottile abilità la materia oscura dei loro disastri. Due inquietanti figure convivono nelle segrete di un unico organismo vitale e, muovendosi guerra, trascinano le catene di un conflitto che niente svela, mascherandosi il volto per far sì che non venga riconosciuto. La verità vi perisce e in religioso silenzio si presta alle inaudite e avvilenti alchimie del potere.

La Germania nazista e la ex Unione Sovietica, sono le protagoniste di un mistero nero della storia del calcio e della seconda guerra mondiale. Un aneddoto con poche certezze e molti dubbi a minare la solidità del suo particolare significato. Il 9 agosto del 1942, a Kiev, si disputa quella che passerà agli annali come la “Partita della morte”, incontro di calcio tra lo Start (battezzata così dai piloti di aereo della Germania nazista), selezione formata da calciatori della Dinamo Kiev e della Lokomotiv, e la Flakelf, rappresentativa della Luftwaffe, l’aviazione tedesca.

Il periodo storico è quello dell’Ucraina sconvolta dall’invasione nazista. Solo un anno prima, con l’Operazione Barbarossa, l’armata di Hitler era stata responsabile di una delle più violente azioni militari del secondo conflitto mondiale. Si ipotizza che negli anni di battaglie dell’invasione tedesca in Unione Sovietica, decine di milioni di militari persero la vita.

Consigliato da Goebbels, Hitler aveva da tempo deciso di sfruttare la risonanza delle discipline sportive a favore della macchina della propaganda. Allora anche il calcio sarebbe stato utilizzato dalla politica per diffondere un’immagine della Germania vincente e gloriosa.

Un primo incontro, disputato precedentemente a quello del 9 agosto, secondo alcune fonti storiche, sarebbe stato vinto 5 a 1 dagli ucraini che, in uno stadio ricolmo di civili e poliziotti tedeschi, avevano voluto dimostrare tutta la loro superiorità. La seconda partita, sostenuta da una campagna pubblicitaria che aveva tappezzato Kiev di manifesti della propaganda tedesca, avrebbe dovuto avere un esito diverso. Il comando della Wehrmacht per nulla al mondo avrebbe consentito allo Start di battere per la seconda volta la formazione tedesca. Grazie alla forza della propaganda, gli ufficiali nazisti di istanza a Kiev, erano riusciti a far passare sotto silenzio la bruciante sconfitta del primo incontro, su cui ancora oggi non si hanno riscontri certi intorno all’esito finale.

Nello Start giocano ex calciatori professionisti, molti dei quali prigionieri di guerra, e impiegati presso un panificio. Anche se fuori allenamento e con tutte le difficoltà dovute alle loro condizioni, Nikolai Trusevich, Mikhail Sviridovskiy, Nikolai Korotkikh, Aleksey Klimenko, Fedor Tyutchev, Mikhail Putistin, Ivan Kuzmenko e Makar Goncharenko, Vladimir Balakin, Vasiliy Sukharev, e Mikhail Melnik, sanno che la macchina politica nazista si è mossa affinché la Flakelf esca vincitrice dal confronto con lo Start. Una volta allo stadio, la compagine formata dai calciatori della Dinamo Kiev e della Lokomotiv di Kiev, davanti a una folla nutrita e a un imponente schieramento di forze dell’ordine, invece che salutare con il motto imposto dai nazisti, il celebre “Heil Hitler”, urlano “Fizkult Prevyet!”, il saluto tradizionale dello sport sovietico.

La partita, arbitrata da un uomo delle SS, inizia col vantaggio tedesco. La Flakelf si porta sull’uno a zero, ma l’orgoglio e la qualità degli ucraini vengono presto fuori e il primo tempo si chiude sul 3 a 1 per lo Start. Secondo alcune voci storiche, non del tutto provate, i calciatori della formazione ucraina avrebbero ricevuto nell’intervallo la visita di un ufficiale tedesco, il quale, attraverso l’aiuto di un interprete, avrebbe spiegato loro che, se non avessero perduto la partita, una dura rappresaglia li avrebbe a lungo perseguitati. Con o senza quella visita misteriosa, che nessuno sa con certezza se sia mai avvenuta, l’incontro tra lo Start e la Flakelf termina 5 a 3 per gli ucraini. Un aneddoto particolare, anch’esso conservato nel lungo campionario delle ipotesi di quella partita, racconta di una particolare azione all’ultimo minuto di gioco. Il difensore Aleksey Klimenko, forse consapevole del fatto che lui e i suoi compagni sono ormai spacciati, vuole dare un segnale al regime occupante e alla guerra. Dribbla alcuni avversari, arriva davanti al portiere, lo supera e giunto sulla linea di porta, si volta e calcia il pallone verso il centrocampo, in segno di irridente e sprezzante superiorità sull’avversario.

Nei giorni successivi inizia la rappresaglia nazista. Agenti della Gestapo arrestano i calciatori ucraini, sottoponendoli ad atroci torture. Klimenko, Trusevich, grande portiere della Dinamo Kiev, e Ivan Kuzmenko, vengono uccisi e gettati nella fossa comune di Babi Yar, un posto tristemente celebre per essere stato il luogo dove i tedeschi giustiziarono, durante l’occupazione in Russia, circa centomila persone e dove, in due giorni, ammassarono più di trentamila cadaveri di ebrei. Tra le deportazioni e le esecuzioni, lo Start viene completamente distrutto. Una delle squadre più forti del mondo non esiste più. Solo alcuni degli undici della partita di Kiev, sempre secondo discutibili fonti storiche, riesce a sopravvivere alle privazioni e agli stenti dei campi di lavoro, fuggendo senza dare più notizie. Ancora oggi non è possibile stabilire quale sia stata la sorte di quei giovani panettieri grandi calciatori.

Solo dopo la morte di Stalin, che pure assunse sempre comportamenti ambigui rispetto a questo episodio, onde evitare, probabilmente, di fornire all’Ucraina materiale utile a una propaganda contro il potere centrale, la storia dello Start è stata raccontata al mondo. Dove oggi gioca lo Zenit di Kiev lo stadio si chiama “Start Stadium”.

Recenti studi e approfondimenti storici, hanno però rimesso in discussione tutta l’aneddotica di quella leggendaria partita di calcio. Risalendo, infatti, ad alcune testimonianze, sembra attendibile che in realtà nessun ufficiale fece visita agli ucraini durante l’intervallo, ma che le SS attesero giorni prima di agire contro i calciatori dello Start, e non per ragioni calcistiche. Pare che alcuni di loro fossero coinvolti in attività sovversive contro le truppe occupanti. Secondo lo storico ucraino Vitaly Hedz, alcuni di quei panettieri avrebbero messo pezzi di vetro nel pane destinato ai soldati tedeschi, con chiaro intento di attentare alla loro incolumità. Sarebbe stata quindi questa la ragione degli arresti e delle torture. Inoltre, la partita della morte, ha ispirato, negli anni, oltre che numerose ipotesi storiografiche, anche polemiche di natura politica. Trattandosi di fatti riguardanti la storia ucraina, la Russia ha sempre badato a fare in modo che Kiev non sfruttasse troppo l’episodio per fini propagandistici, e anche quando Mosca avesse raccontato dell’accaduto, lo avrebbe fatto solo per attirare Kiev nell’orbita del Cremlino.

La partita di Kiev ha ispirato anche alcune produzioni cinematografiche. “Due tempi all’inferno” di Zoltan Fabri, “Il terzo tempo” di Karelov, “The match” di recente produzione e “Fuga per la vittoria”, pellicola del 1981 in cui ha recitato anche Pelè.

La politica, la storiografia, il cinema e il giornalismo, hanno fantasticato molto su quella che è stata, forse, la partita di calcio più importante della seconda guerra mondiale. Lo stesso Hedz ha dichiarato che appare difficile per gli ucraini riuscire a “celebrare quella che fu la vittoria di un occupante su un altro occupante”.

Poche certezze ci forniscono elementi per avere un’idea completa sui fatti di Kiev del ’42. Tra queste, che la “Partita della morte” si giocò e che estreme conseguenze furono riservate a molti dei suoi protagonisti. Chissà quanti, prima e dopo, dovettero sognare la fuga e la liberazione. Chissà che quell’incontro non fu il pretesto per esercitare resistenza e ribellione, anche a scomputo della vita. E chissà che quella partita non fu, durante il suo svolgimento, una parentesi di libertà in mezzo agli anni dell’occupazione. A proposito di fuga e di morte, nel suo libro “Elogio della fuga”, Henri Laborit ha scritto: “Non siamo liberi di scegliere la vita, ma neppure di scegliere la morte. Lo stesso Inno alla morte del suicida è solo l’ultimo inno alla vita di un uomo la cui voce è stata soffocata dal sordo brontolio del mondo che gira su se stesso. Questo rumore di fondo, per Beethoven era in fa.”

 

sebastiano di paolo, alias elio goka

L’immagine dell’articolo, locandina della partita giocata a Kiev il 9 agosto del 1942, non vuole riproporre materiale propagandista nazista, ma solo riportare un documento dell’epoca relativo ai fatti.

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