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Mea culpa


Mayday, mayday…stiamo precipitando! Come in una sequenza hollywoodiana, panico e tensione a pochi passi dal baratro sono taglienti. Quando il destino del Napoli sembra ineluttabile, ai comandi torna Aurelio De Laurentiis. Per riprendere quota, o almeno per salvare il salvabile. La rassegnata inerzia sulla quale hanno viaggiato gli azzurri nelle ultime settimane sembra inarrestabile, trascinando l’entusiasmo di un’intera città ai minimi storici. Processi e invettive contro tutto e tutti. Una rabbia giustificata, ma il canto del cigno è ancora inopportuno. Un attimo di riflessione prima dell’estrema unzione. Niente è definitivamente perduto.

O meglio, un addio c’è stato. Alla Coppa Italia. Una ruota di scorta ormai piuttosto usurata. Bistrattata da chiunque per mesi, ora non si può improvvisamente circondarla di lumini e piangere disperati. Le lacrime si versano, e questa volta giustamente, assistendo alla terribile implosione subita da questa squadra. Unità d’intenti, fame, stimoli, leadership: tutto è stato portato via da una fredda corrente, confondendosi nella melma di detriti. Da Benitez ci si attendeva un surplus al progetto Napoli. Ma tutti i buoni propositi introdotti lo scorso anno non solo non hanno avuto seguito, ma si sono scontrati frontalmente con un integralismo e una testardaggine capaci pian piano di sfaldare l’intero sistema. Rivangare sulle colpe del tecnico è solo un esercizio di populismo, perché il naufragio è frutto di tante componenti.

Troppi i giocatori in campo con un atteggiamento scialbo e sufficiente, per firmare il compitino senza nemmeno macchiare la maglietta. E con un ambiente in ebollizione, tanto pressapochismo incendia i nervi dei tifosi. Ed è come un gatto che si morde la coda. Un clima così teso, infatti, non fa altro che ingigantire gli errori di misura (già di gran lunga superiori al limite consentito), la timidezza di tante pedine non adatte a certe pressioni, e la foga sotto porta che di fatto ha privato i partenopei dell’unica certezza: il gol. Un bel mea culpa generale sarebbe sintomo se non di attaccamento, almeno di professionalità e rispetto. Senza nessuna caccia alle streghe sulla quale cavalcano le truppe di malelingue. Le nottate brave e le “donnine” appartengono ad ogni epoca e ad ogni città, tirarle in ballo solo nei periodi bui è vigliaccheria allo stato puro.

Stop alle accuse e sguardo dritto verso l’orizzonte. Ripartendo dai pochi sprazzi di luce penetrati negli ultimi tempi. Innanzitutto il ritorno in grande stile del presidente, spettatore pagante e inspiegabilmente inerme di un ruzzolone senza precedenti. Forse tardivo, sicuramente spietato, incurante degli scetticismi relativi al ritiro da parte dei suoi collaboratori. In primis Benitez, fervido oppositore di questo tipo di pratiche. Difeso velatamente nell’arringa pubblica del patron contro i calciatori, ma in buona sostanza scavalcato e in fin dei conti sfiduciato. Nelle pieghe di questo rapporto è da leggere l’eccessivo distacco del presidente nel corso dell’era Rafa. Oneri e metodi di lavoro tutti sulle spalle dello spagnolo, così come la decisione eloquente ed incomprensibile di puntare tutto sulle coppe. Riaprire gli occhi è la prima inversione di rotta. Ma anche sul piano societario, oltre alle soluzioni plateali, occorre un’assunzione di responsabilità. Quanto meno per definire una volta per tutte le dimensioni dei nostri sogni. Pecche nella conduzione tecnica, involuzione di tanti protagonisti, ma la rosa incompleta con la quale è improponibile lottare su tre fronti non può certa passare sotto silenzio. E additare solo ad altri un’annata davvero deludente non è certo di buon auspicio per il futuro.

Un futuro al quale si fa fatica a guardare con ottimismo. Per riaccendere la fiammella, però, chiudiamo gli occhi e ripercorriamo tocco dopo tocco quella sfortunata serpentina di Lorenzo Insigne. Cinque mesi dopo l’infortunio, nel miglior momento della sua carriera. Letale negli ultimi trenta metri, preziosissimo per l’equilibrio dell’intera squadra. Ha detto che sarebbe tornato più forte di prima. Ma le chiacchiere stanno a zero. Lui preferisce far parlare il campo. Talento, cattiveria e attaccamento alla sua Napoli in quei cinque minuti finali contro la Lazio. Tutti, anche i fuoriclasse più acclamati, prendano esempio dallo scugnizzo di Frattamaggiore. Il tempo si è fermato allo scorso novembre. Da Firenze alla Fiorentina. Un tuffo nel passato per riassaporare antichi splendori. Chi meglio del Magnifico può spianarci la strada verso il Rinascimento?

Ivan De Vita

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