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Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore


“Penso che quel giorno sia stato Ayrton Senna che, dal cielo, ha spinto il pallone verso l’alto”

È il 1994 e Roberto Baggio ha appena sbagliato il calcio di rigore più importante della sua vita. Usa ’94, trionfo Brasile. Non aveva mai calciato un rigore oltre la traversa in tutta la sua carriera, Baggio.

“Cosa può essere peggio di sbagliare un rigore?”. “Sbagliarne tre in una sola partita”

È il 1999 e si gioca Argentina- Colombia, Coppa America. Martin Palermo ne sbaglia tre di fila. Tre, in una sola partita. In 97 anni di storia mai nessun argentino era riuscito a sbagliarne così tanti in una sola partita. Mai, la stessa nazionale argentina ne aveva falliti tre in un solo match.

La lista è lunga, così come le citazioni. Le foto non mancano: giocatori stesi a terra, con le mani sul volto e l’anima sotto terra. Vorrebbero sparire in quel momento. Così come voleva sparire il “francese maledetto” Didier Six, che sbagliò il rigore contro la Germania nella semifinale mondiale dell’82. Così come voleva sparire John Terry, a un passo dal sogno Champions a Mosca nella finale contro il Manchester United. Ferguson ringraziò, il Sun, il giorno dopo, ironizzò come solo i giornali inglesi sanno fare: “A che cosa pensa almeno 40 volte al giorno John Terry?”.

Insomma, la lista sarebbe lunga, lunghissima. Per questo Alessio Cerci non deve ripensarci. La stagione del Toro, anzi, è andata avanti anche grazie a lui, e alle sue strepitose prestazioni in compagnia del buon Ciro Immobile. “Nino non aver paura di tirare un calcio di rigore, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore” – cantava De Gregori. E aveva ragione. Perché il calcio di rigore è sempre un momento di solitudine: tu, il portiere, e lo sguardo dello stadio addosso. Di Biagio si ripresentò nel 2000, in semifinale, contro il muro “orange”. E lo segnò. La traversa dei Mondiali di Francia ’98, proprio contro i padroni di casa, era solo un ricordo. Come sarà un ricordo quello di ieri. Perché a volte, la storia, la fanno i perdenti. Perché non è da questo, Alessio, che si giudica un giocatore.

Raffaele Nappi

 

Fonte foto: M.Dreosti