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Profili azzurri: Fausto Pari


Testa bassa e pedalare, ecco chi era Fausto Pari, il calciatore silenzioso e mai domo. Si definisce un Gattuso d’altri tempi, ma non per esuberanza, almeno nelle esternazioni, lui non le ama per niente, non le ha mai apprezzate, anche quando, durante la sua esperienza azzurra, la società di Ferlaino lo mise temporaneamente fuori squadra per una questione legata all’ingaggio, lui non si perse d’animo, chiarì la sua posizione, risalì la china fino a diventare il capitano di quel Napoli, dove mister Boskov, il tecnico con cui vinse lo scudetto alla Samp nel ’91, gli diede le chiavi della mediana partenopea, che non viveva anni particolarmente ruggenti. Fu lì che il Napoli dovette affidarsi ad uomini di esperienza come Fausto, per evitare di cadere nel baratro, cosa che sembrava quasi certa negli anni a seguire, nel ’96 in particolare, dove si passò dalla sconfitta in finale di coppa Italia contro il Vicenza al pericolo retrocessione, scongiurato dall’arrivo di Montefusco, che sostituì Simoni, messo spalle al muro per una questione legata ad un precedente accordo con l‘Inter, che non andò giù al presidente.

Pari arrivò a Napoli nel ’92, quando, a 30 anni, decise d cambiare aria, dopo aver avvertito che il suo ciclo alla Sampdoria era terminato, con la sconfitta in Coppa Campioni in finale contro il Barcellona a Wembley, dove un gol di Koeman spezzò i sogni dei doriani di mettere in bacheca un trofeo storico. Fausto confidò di aver pianto di rabbia quella notte, quella coppa sarebbe servita come monito ad una carriera impeccabile, da senatore navigato e temerario, ma la sorte non ha voluto.

L’esperienza napoletana cominciò alla corte di Ranieri, che non confidò in lui sin da subito, ottenendo risultati altalenanti per cadere nella prima vera debacle degli azzurri, contro il Milan per 5-1, quando la società diede il benservito al mister romano, per richiamare Bianchi, che rimise in sesto la squadra servendosi anche delle sue capacità, che ben presto furono apprezzate  attraverso la sua duttilità in fase di manovra e il suo ripiegare in difesa quando necessario. Così la squadra si riprese e concluse il campionato con un deludente ma dignitoso undicesimo posto. Le stagioni successive videro il mediano azzurro dal cuore doriano spesso protagonista in prima persona, anche quando mister Lippi, nel ’93, decise di dare fiducia ai giovani, tra cui Pecchia e Corini nella posizione a lui più congeniale, a discapito dei senatori, tra cui lui, ma anche Policano e Nela. “Rami secchi” tagliati e qualificazione Uefa raggiunta? No, semplicemente un cambiamento che andava fatto per dare la giusta scossa, anche perché i servigi di Pari sono risultati necessari anche a gara in corso, quando la sua esperienza risultava fondamentale. Andrà via nel ’96 destinazione Piacenza, dove la sua carriera cominciò a conoscere la via del tramonto.

E’ stato dirigente di diverse compagini minori, non ultimo il Modena, dove ha lasciato l’incarico nel 2012. Resta il ricordo di un piccolo guerriero indomito, dal cuore blucerchiato che ha prestato con fare onorevole e passionale alla causa azzurra per quattro stagioni, dove la fascia di capitano fu il giusto premio per un professionista del suo calibro, sempre prezioso e diligente, vero e proprio uomo squadra “vecchio stampo”. L’elfo dai polmoni d’acciaio, il mago della mediana, il trol dalle maniere gentili, uno dei protagonisti dello scudetto doriano del 1991, a Napoli ha lasciato un bel ricordo, ma soprattutto l’esempio di come un calciatore dovrebbe fare ed intendere calcio.