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Dov’è finita la “coerenza della mentalità”?


editoriale_luciana_espositoGli stadi italiani oggi si concedono una sonnacchiosa e sterile domenica.

Tuttavia, c’è una curva dalla quale straripa ancora, a distanza di una settimana, il frastuono di una roboante polemica, quella generata dallo striscione di “solidarietà agli ultras del Milan” che, dopo essersi resi protagonisti dei “soliti cori contro i napoletani” si sono visti negare dalla Giustizia Sportiva la possibilità di valicare l’anello dello stadio che sovente li ospita.

Ciò che ha generato stupore e soprattutto discrepanza è il fatto che coloro che hanno dato voce e corpo a quella politica sono stati gli stessi ultras del Napoli, auto-indirizzandosi quegli stessi oltraggiosi cori, per poi chiedere al “Palazzo” di chiudere, di conseguenza, anche la loro curva.

Pertanto, per la prima volta nella storia del calcio, la parte lesa pretende di irrompere sul banco degli imputati, insieme ai suoi stessi “carnefici”.

Condotta incomprensibile e soprattutto tutt’altro che condivisa dalla maggior parte dei napoletani, tifosi e non, che non si immedesimano in quell’atteggiamento di compiacimento, destinato ad assecondare e legittimare l’incalzare di quei cori e le relative ed inaccettabili condotte che ne derivano, le quali, altro scopo non hanno, all’infuori di deturpare, discriminare e denigrare, da decenni, questo popolo ed è altrettanto tremendamente errato asserire che proprio perché “esistono da sempre”, non ha senso punirli “ora”.

Vorrei chiedere ai “signori delle curve” se, al cospetto di una persona a loro cara, affetta da un tumore non ancora in metastasi, assumerebbero il medesimo atteggiamento, decidendo di privarla delle curve necessarie per osteggiare l’espansione di quel male, scegliendo, quindi, di “assecondarne” la letale evoluzione.

Così come, gradirei che mostrassero pubblicamente “il documento” che li proclama “supremi messaggeri dell’ideologia e del pensiero dell’intero popolazione napoletana”, in quanto, probabilmente, non si rendono conto che le loro opinabili e tutt’altro che condivisibili e condivise uscite fanno si “rumore”, consentendogli di ottenere la visibilità alla quale anelano, ma, analogamente, offendono i loro stessi fratelli che, in quei cori dal contenuto aspramente razzista, rilevano una cospicua fonte di mortificazione.

Ed alludo ai “fratelli” che al Nord ci vivono e per i quali quei cori che “i signori delle curve” approssimativamente catalogano come “sfottò”, si traducono, piuttosto, in infimi ostacoli che seriamente e concretamente ostruiscono la loro quotidiana ed amena integrazione in quel territorio.

Sarebbe ed è errato, in tutti gli ambiti, che una frangia di persone si arroghi il diritto di parlare “a nome di tutti”, lo è ancor di più, quando in quel “tutti” vi è annoverata una cospicua fetta di esseri pensanti che non si rispecchia nel pensiero esternato ed, in questo caso, quel “tutti” è costituito da quelli che con la famigerata e tanto decantata “mentalità” non hanno nulla da spartire.

Sono quelli che si recano allo stadio con la qualunquistica etichetta di “occasionali” avvolta intorno al collo, insieme alla sciarpa, solo perché non accendono fumogeni e scelgono di vivere e partecipare alla gara non assecondando i cori, talvolta imposti con minatoria veemenza dai “signori delle curve”, perché a loro interessa “solo” guardare la partita e mi piace ricordare che, nel momento in cui acquistano regolarmente il biglietto, è un loro sacrosanto e legittimo diritto guardare la partita come reputano più opportuno, abbracciando le tempistiche e le modalità maggiormente conformi al proprio, personale modo di “essere tifosi”.

Dopo quanto accaduto, a maggior ragione, non è il caso che “i signori delle curve”, continuino a sfoggiare ed imporre “la bandiera della coerenza”, giacché , l’incoerenza insita nell’attestato di solidarietà sviscerato domenica scorsa è da rilevare soprattutto in uno dei punti cardine sui quali saldamente si ancora la “mentalità”: ovvero, il principio “né italiano né europeo, dal 1926 partenopeo”.

Ideale, in virtù del quale, appare ancor più insensata la motivazione che li ha indotti a perorare la causa di una tifoseria “italiana” e per giunta “nordista”, soprattutto perché, assumendo quella condotta, hanno offeso, principalmente, il buon nome e la rispettabilità di Parthenope, rinunciando a conferirle giustizia e a tamponare quelle deturpanti ferite che le sfigurano il sinuoso corpo, oltre che a proteggerla, affinché non si esponga ulteriormente al pericolo di plurime ed altrettanto devastanti coltellate.

Perché questo è quanto probabilmente accadrà su tutti i campi d’Italia, d’ora in poi, “grazie” al benestare partorito dai “signori delle curve”, le tifoserie italiane si sentiranno “autorizzate” a vilipendere, dequalificare e schernire, questa città ed il suo popolo, perché autorizzati dagli stessi napoletani. 

Ed allora, martedì prossimo, allorquando allo stadio San Paolo, scenderà in campo la Nazionale italiana, da sempre, ripudiata dal popolo delle curve, le medesime menti che hanno partorito quell’ “attestato di solidarietà”, dovranno dimostrare di aver completamente rinnegato il principio “né italiano né europeo” non fischiando l’inno nazionale, così come è sempre accaduto, quando le note, figlie di Mameli, suonano “nella casa del Napoli”.

E’ l’unico atteggiamento che quei tifosi, adesso, possono e devono adottare, per conferire logica e credibilità alla nuova corrente di pensiero che hanno palesato, in quanto non ha senso ripudiare quella stessa Italia alla quale si fornisce “comprensione” per i riprovevoli atti di cui sa rendersi autrice ed alla quale, oltre tutto, si concede perfino il “diritto d’insulto”.

Adesso, “quei signori” devono dimostrare, a Napoli ed all’intera Italia, la loro “nuova coerenza e mentalità”.

“Alle offese, alle ingiurie, alle calunnie, il napoletano risponde sempre con il suo orgoglio”.

Questo è quanto asseriva un “napoletano vero” che si chiamava Eduardo De Filippo e chi rinnega “l’orgoglio partenopeo”, rinunciando a battersi in difesa di quest’ultimo, prima dovrebbe interrogarsi riguardo la veridicità del suo spirito d’appartenenza e poi spogliarsi dell’illegittimo diritto di ergersi a “portavoce di un popolo” nel quale non si identifica.

A nome di quella Napoli, stanca di subire mortificazioni ed offese gratuite e riprovevoli, sento di poter dire che “quella Napoli, rappresentata dai “signore delle curve”, non siamo noi!”

Luciana Esposito

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