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Viaggio attraverso la storia, quando Attila “flagellò” nientemeno che “Peppino il milanese”


sallustro meazza napoliSallustro Meazza Napoli \ Tra miti, leggende e storie di un’altra epoca, riecheggia dal passato un racconto che ha visto il grande Attila Sallustro, per anni icona azzurra nel calcio dominato dalle potenze del nord, quella supremazia che ancora oggi risente di un retaggio del passato che rimane intrinseco nelle radici del pallone italico. Ma proprio per questo si è sempre avuto il bisogno di riconoscersi in un figura quasi mitologica, e Sallustro per i napoletani lo è stato non soltanto in campo, ma anche al cospetto della pubblica opinione, quando la necessità di difendere la terra che lo aveva accolto lo richiedeva.

Il castigatore di Montevideo, uruguaiano soltanto di nascita, ma napoletano d’adozione, visto che già in tenera età si trasferì in centro per vivere la quotidianità dei vicoli che, per un ragazzotto quindicenne voleva dire sin da subito aspettare la fine della giornata scolastica per organizzare interminabili partite, vide in questo approccio con la vita strettamente partenopea la strada più breve per essere un leader riconosciuto da tutti, il portavoce del calcio fatto al sud, nato e cresciuto per strada, tra la miseria e la sfida verso quella sorte che spesso era avversa. Negli anni ’30 l’Ambrosiana (l’odierna Inter) dominava a destra e a manca, vinceva scudetti e teneva vere e proprie lezioni di calcio.

Proprio nel campionato ’29-’30, la squadra milanese si apprestava a conquistare l’ennesimo tricolore, ma bisognava andare a Napoli e chiudere i conti anche contro i pionieri del sud che avevano in squadra quel campione. Attila Sallustro, nel frattempo, era stato convocato in nazionale e, al debutto, segnò sia lui che il collega, anch’egli in squadra nel Napoli, Mihalic, entrambi oriundi naturalizzati. Il successo dell’attacco azzurro targato Napoli fece da apripista per i tifosi napoletani che, fieri ed orgogliosi dei propri bomber, videro in quell’accadimento un segno del destino atto a cambiare la storia. Sfortuna volle che, qualche mese dopo, il Ct Pozzo non convocò Sallustro per motivi sconosciuti ai più, e al suo posto venne convocato il giovanissimo Meazza, astro nascente del calcio italiano. Quell’episodio mise ruggine tra il ct ed il popolo partenopeo, mettendo di conseguenza il giovane neroazzurro al centro della diatriba come calciatore favorito dalla geografia che vigeva in Italia all’epoca, pertanto cominciò una sorta di sfida a distanza, messa in evidenza dalla stampa, fortificata dalle polemiche che ne susseguirono, tra Peppino Meazza e Sallustro, a suon di gol e prestazioni superlative. In aiuto del bomber azzurro venne il mediano Roggia, che dichiarò al compagno di squadra: “Se vuoi vincere il duello col milanese ti basterà segnare solo un gol, perché quello lì oggi non beccherà palla, parola mia!“.

La promessa fu mantenuta, all‘Ascarelli l’Inter perderà per 3 a 1, e Sallustro si permise il lusso di segnare addirittura una doppietta, mentre il giovane Meazza venne ingabbiato dalla tenacia del tignoso Roggia, che mise in atto una marcatura asfissiante, troppo agguerrita per l’acerbo calciatore dell’Ambrosiana. A fine gara, Sallustro provò a lasciare gli spogliatoi con la sua balilla, ma il popolo napoletano festante lo attese all’esterno della struttura per issarlo sulle spalle e portarlo in trionfo nelle adiacenze dello stadio, tra scene di giubilo e canti di gioia, con qualche malandrino che addirittura riuscì a denudarlo di giacca, pantaloni e cravatta, ma Sallustro era così contento che, seppur in manica di mutande, accettò con orgoglio di essere il vessillo del popolo per un giorno, che  ha imparato ad amare e che crede in lui e nella sua immensa classe. Che stupendo giorno per Attila, la sua grande rivincita si è consumata.