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I due hooligans di Davis e Alexander


Sui film omonimi di Philip Davis e Lexi Alexander

 

Una posa col chewingum masticato con rumore, un’altra compita nel desiderio di imitazione. Sulle origini della parola hooligan ci sono molte teorie. Alcune ipotesi che si rincorrono finendo tutte nello stesso precipizio. Quello della dissolutezza sotto braccio alla violenza di strada. Hooley’s gang, banda di teppisti provenienti da un quartiere di Londra, potrebbe aver originato l’appellativo, oppure ispirato da Patrick Hooligan, malvivente irlandese.

Sulla figura del teppista più celebre del mondo sono state formulate le ipotesi più disparate. Bande organizzate per il controllo del tifo, organizzazioni occulte legate a operazioni economiche intorno alle società assicurative, o anche soggetti semplicemente votati a una filosofia della violenza confinata nella fede calcistica.

Il film “Hooligans”, del 1995, diretto da Philip Davis, racconta la storia di John (Reece Dinsdale), un poliziotto infiltratosi in un gruppo di hooligans per studiarne e scoprirne le malefatte. Poco a poco, John inizia a comportarsi come uno di loro, prima sforzandosi di non rivelare la sua funzione reale, poi naturalizzandosi dentro una cattività perduta, che gli modifica lo stile di vita, ne altera i rapporti con la famiglia e con gli amici, riducendolo, pian piano, a un uomo capace soltanto di cercare la rissa fuori dagli stadi.

Il comportamento di John è figlio di un’induzione, scaturisce da un’educazione alla violenza non più via di fuga dalle responsabilità della vita, ma ragione di sfida, metafora della competizione, regione inospitale dove il protagonista misura se stesso, fino al totale conflitto tra il suo vecchio mondo e quello nuovo.

Nel 2005, esce, invece, l’Hooligans di Lexi Alexander, una produzione cinematografica che riprende la figura dell’ estremo ultrà, costruendovi una storia diversa da quella di Davis. Alexander narra le vicende di Matt Buckner (Elijah Wood), studente di giornalismo espulso da Harvard per colpe non sue. Tornato a Londra dalla sorella, Matt riesce ad essere ammesso nella GSE, una band di hooligans dove trova il consenso e la simpatia del capo, mentre deve fare i conti con la diffidenza del vice, che, venuto a conoscenza degli studi americani di Matt, lo accusa di essere un infiltrato.

Matt è un ragazzo timido e insicuro, che grazie alla frequentazione della GSE, riesce a scovare i ganci più saldi della sua provata personalità. L’hooligan di Alexander non si forma dentro la banda, ma vi scopre i sentieri di un’esplorazione, di un viaggio pericoloso fatto di tappe violente e brutali, di rivalità familiari, di faide e di intese segrete. Nella GSE Matt scopre la brevità della lama corta, cercando di resistere alla tentazione di stringere il coltello per sferrarlo con la stessa facilità dei suoi compagni.

Il John di Davis, una volta assorbito dalla sua nuova maschera, non riesce più a scollarsela dal volto, e allora, lentamente, la sua trasfigurazione si trasforma in un’autentica metamorfosi, nella quale lui stesso si smarrisce dentro una soluzione narcotica, davanti agli occhi rassegnati delle poche persone che gli restano accanto. Dopo aver accoltellato un tifoso, la polizia lo copre attraverso un’operazione di copertura, ma ormai la sua testa è lontana dalla sua vita di un tempo, e il finale ne rivelerà, in maniera completa, la definitiva degenerazione. Il John del “Canile”, lo stadio della sua squadra, intraprende altri percorsi, quelli paradossalmente temuti e scoperti da quella che avrebbe dovuto essere la sua missione iniziale.

Matt, invece, si trova nel bel mezzo di una resa dei conti, nella quale precipita a causa delle gelosie e di vecchi rancori. La spietatezza di quell’ambiente non sopisce l’ira dei ricordi amari, e alleva i contendenti del duello al più feroce dei confronti. Solo alla fine, dopo un tragico epilogo, Matt trova la via di fuga da un luogo che lo ha trattenuto nella sua peggiore distrazione, riuscendo a provare la sua innocenza ad Harvard, facendosi così riammettere nel college dove aveva iniziato i suoi studi.

Ma le rimembranze della tifoseria GSE gli sono rimaste dentro, fuoriuscendo in forma di intime memorie ripercorse come il ricordo di un amore lontano. Tragedia e romanticismo, per una restituzione più adolescenziale di un hooligan in forma sperimentale.

Il ringhio dell’estremo ultrà è uno dei rumori di fondo del pallone, e che si tratti di un momento o di una vita, la morale perpetua è che la sua esperienza lascia il segno e nelle più remote cavità dell’intimismo, verbalizza una parola di allerta e una di sconforto. Insieme, fanno una coltellata e un bersaglio nella stessa persona.

 

Sebastiano Di Paolo, alias Elio Goka