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Alla fine importa, eccome!


La settimana che precede Napoli-Chievo è devastante. Psicologicamente, fisicamente, moralmente. Perdiamo a Torino e questo era messo in conto. Non c’è niente da fare. I bianconeri restano forti, nonostante accusino un po’ la stanchezza della Champion’s e ci hanno illuso di poter controllare la gara. La verità è che eravamo tutti lì sapendo che lo 0-0 era un buon risultato, mentre loro giocano sempre per vincere. E allora ti capita che alla fine la mettono dentro alla tua prima disattenzione e ti porti a casa solo una discreta prestazione. Poco importa.

Non paghi di Torino, abbiamo deciso di schierare, come di consueto, le riserve a Dnipro. Un giovedì nero. L’unica volta in 31 anni in cui non ho finito di vedere la partita. Sul 3-0 ho preso le mie cose e sono fuggita lontano da quel campo dell’oratorio. Se l’anno scorso gridavamo orgogliosi “The Champioooon’s”, adesso possiamo cantare rassegnati “The Sceeeempio!”. Ma, adesso, poco importa.

Finalmente torna il nostro San Paolo. La settimana di sosta e le due  partite in trasferta ci hanno procurato solo mal di fegato. Finalmente torniamo a sentire aria di casa.

Il Chievo. Tutti hanno paura prima della partita. La bestia nera del Napoli, Moscardelli. Tutti brutti ricordi. O forse siamo nella fase del pessimismo acuto per due risultati negativi consecutivi? Poco importa.

L’incompetenza e l’ingiustizia vista al Massimino alla mezza, ci dà solo un motivo in più per andare allo stadio e per sostenere il nostro Napoli. Anche se un pensierino ad abbandonare il marcio del calcio lo abbiamo fatto un po’ tutti. Insomma. C’è il Chievo. Tutti hanno paura di questa partita. La bestia nera del Napoli, Moscardelli. Tutti brutti ricordi. E noi andiamo lì per spazzarli via.

Finite le partite delle 15:00, ci avviamo. Un po’ presto, forse. Ma abbiamo bisogno di riconciliarci con la passione e con i pre-partita lunghi, ma piacevoli. Girato l’angolo di via Terracina, una voce ci accompagna: “Capo! A vuo’ a sciarp’? Te la faccio a rate!”.  La crisi a Napoli si trasforma  in opportunità. Quella di dare sfogo alla propria ironia. Sorridiamo, ringraziamo, ma abbiamo i nostri riti e la sciarpa non si cambia.

Entriamo senza problemi. O quasi. All’esterno MenaPub suona “Pop corn e patatine” e all’interno la steward, scambiandomi chiaramente per una facinorosa in cerca di vittime per le bombe a mano che porto di solito allo stadio, mi controlla le tasche, il cappuccio della felpa, lo zaino. Non contenta del fatto che io glielo avessi aperto per controllarne il contenuto, infila le mani e comincia a ravanare cercando sempre le bombe a mano di cui sopra. Poi noto che si sofferma su qualcosa. Prima penso: “Cazzo! Le ha trovate!”, poi le dico candidamente: “Se stai tastando un coso lungo e duro, è la custodia degli occhiali”. Lei mi risponde con un: “Ah!Sei preparata!”. E io penso: “Tu invece, no.” Chiudo lo zaino e provo soddisfazione per aver salvato anche stavolta le mie bombe a mano.

Finito il siparietto con la steward, posso salire sugli spalti. Ad aspettarci già un paio di amici, qualche fila tutta per noi e… un’atmosfera romantica. San Paolo a lume di candela. Poche luci accese e, probabilmente, la convinzione che a Fuorigrotta l’ora solare non dovesse arrivare. In tutti i casi, riusciamo ad intravedere un manto erboso verde impeccabile e qualcosa di giallo fluorescente  impalato in curva. Guardo meglio. Gli steward. Gli steward in curva. L’avevo letto sui giornali, ma pensavo fosse uno scherzo. Un po’ come la mascherina anti-puzze che in curva nessuno ha indossato. E invece loro sono lì. Pronti a far rispettare i posti e a tenere libere le scale. Ovviamente non è accaduto né l’uno e né l’altro, ma loro hanno visto la partita benissimo e anche pagati per farlo. Ma poco importa.

Mentre aspettiamo gli altri, arrivano telefonate di prenotazione posti: Marco 12, Ciccio 10, ecc. E pensiamo alla nostra vendetta: col Pescara arriviamo a mezzogiorno e vogliamo essere accolti anche coi cornetti appena sfornati! Poi decidiamo di non mentire a noi stessi. La verità è che ci piace anche a noi arrivare presto e allora stiamo volentieri a questo giochetto. E poco importa!

La partita comincia. Piove, il terreno è pesante, l’erba scivolosa, il cielo coperto. Probabilmente tutte condizioni favorevoli allo stravolgimento delle leggi della fisica, per cui un tiro di Inler da fuori disegna traiettorie assurde e non entra. Capiremo solo dopo, una volta viste le immagini da casa, che ha preso il palo, la testa di Sorrentino, dopo una rotazione innaturale il terreno e poi i piedi del difensore. In tutto questo tempo, più o meno quello intercorso tra il goal segnato e quello annullato al Catania con summit interplanetario incluso, nessuno degli azzurri è riuscito ad intervenire sul pallone per metterlo dentro. Intanto noi imprecavamo e ci guardavamo sbalorditi. Ma poco importa. Ci saranno altre occasioni perché il Napoli gioca bene. In effetti ci sono state tante occasioni. Tutte sprecate. All’ennesimo spreco, qualcuno s’incammina per andarsene. E se gli steward avessero veramente fatto il loro lavoro, se ne sarebbe anche andato. Ma fortunatamente le scale erano ancora impraticabili.

Intanto c’è stato un fallo di mano in area, un calcio d’angolo evidentissimo non dato, un rigore, ahimè! per loro, non visto. Tutto sotto gli occhi dell’arbitro di porta. Qualcuno ha pensato fosse l’agronomo per controllare l’erba. Qualcun altro, più malizioso, è convinto che serva solo a vedere e non vedere i fuorigioco da posizioni impossibili. Poco importa!

Uno lo segniamo, il solito gigante Marek. Qualcosa rischiamo, Moscardelli si becca fischi precauzionali che per l’unica volta in vita sua  lo fanno sentire un giocatore temuto, ma alla fine i tre punti sono nostri. Cannavaro porta la maglia sotto la curva dopo averla baciata. Che non sia un arrivederci tra sei mesi di squalifica, ma un gesto di ringraziamento a chi in quel momento diceva cose poco carine a Gianello. Noi l’illecito non lo abbiamo consumato. Noi. E di questo andiamo comunque fieri. Non abbiamo pregiudicati in panchina e  non infondiamo “sudditanza psicologica”. Noi. E di questo andiamo comunque fieri. Ci sentiamo primi sul campo. Un campo che porta sofferenza spesso, ma che vede anche lottare con passione undici giocatori a testa alta e sente cantare migliaia di tifosi con la coscienza pulita.

Prima della partita c’è stato il silenzio e poi l’applauso a chi questa città l’ha vissuta fino a morirne. Ricordare Pasquale Romano allo stadio non spazzerà via i camorristi, chissà quanti ce n’erano ieri sugli spalti che hanno finto partecipazione, ma ci butta in faccia ciò che dovremmo combattere ogni giorno. E credo che faccia sempre bene. Prima che, invece, di tutto questo non ce ne importi più nulla.