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Il gioco dei rifiuti


“Non c’è niente di più triste di un pallone sgonfio.”  Edson Arantes do Nascimento, detto Pelè

Il pallone è caduto nei rifiuti. S’è perso tra i sacchetti. È successo durante una partita nei vicoli di Napoli. Meglio sarebbe precisare che erano più partite, giocate in simultanea come il campionato. Gli edifici formavano un labirinto che separava le giocate di calciatori senza divisa e senza storia, e le sfide, durando fino a notte fonda, avevano la voce dei ragazzini della scuola finita e di quelli che invece non l’avevano mai cominciata. Una Napoli per tutti i prodigi e tutte le miserie. Una Napoli di tutti i tempi.

Il pallone s’è perduto, e non è quello della domenica. Non è la sfera che nel fine settimana, moltiplicandosi, rimbalza sui campi dei professionisti. È il pallone unico, quello rigonfio d’aria del pianeta. Un giorno d’estate vi soffiammo tutti dentro, in mezzo a un capannello di ragazzi mezzi spogliati, pronti a una pacifica rissa di gambe e grida di liberazione. Quella palla ricucita dai compromessi e le amicizie in guerra, quella della Liberazione, quella fuori le mura della ricostruzione, della speculazione e la paura del Vesuvio. Si può giocarla dappertutto se ci si organizza perbene. È l’eterno potere di quell’oggetto sferico nudo e leggero.

È quel pallone che ti viene voglia di calciarlo quando lo vedi mezzo sgonfio ai margini di un marciapiede. Prende le sembianze di una vecchia prostituta quella palla col ventre schiacciato a terra e la fibra bucata. Sa di vecchio, sì. È prossima alla morte. Nessuno la riconoscerebbe più. Quell’oggetto divenuto inutile ha perduto la forma della bellezza perfetta, sotto sotto al marciapiede, come un mendicante, come un bambino sul ciglio di una strada che si rifiuta di attraversarla. Insomma quella cosa alla quale arriva sempre il momento di volerle dare un calcio, se ne sta ferma con feroce e imperturbabile pazienza.

La gente invece sposta i sacchetti d’immondizia sperando che lo spazio aumenti. Si spera in un prodigio dimensionale. La città impasta la sua malattia. La vede, la sente, la respira, e la conosce. Ma non ha la cura. Qualcuno ce l’ha, ma la tiene nascosta, come i medicinali alla borsa nera, durante la guerra. Si muove come il folle nel giardino del manicomio. Non sa da dove venga l’entità oscura discesa a darle vergogna. Ha trascorso troppo tempo ad accanirsi sulle cose giuste e a favorire quelle sbagliate. È città bambina, questa Napoli che vuol fare l’adulta. Si trucca male e scende in strada pure di notte. Desidera la poesia e la malizia, da secoli ostinandosi a metterle d’accordo. Non si accorge che è fatta da entrambe, e allora è finita per consumarsi fino all’immondizia, in una giacenza di irrivelabile colpevolezza. Forse quella palla nascostasi di proposito spera che a scovarla sia sempre un capannello di ragazzini malvestiti e mal cresciuti.

E da secoli gioca la sua partita, e come per la città, pare che non si sia ancora conclusa. Il tempo l’ha voluta spettatrice, quella palla moscia e sfibrata. Mentre perde le toppe come pelle vecchia su pelle vecchia, ha gli occhi bassi e la pancia a terra, come una ruota forata da un chiodo, o un bambino seduto in riva al mare ancora avvolto dal salvagente. È vittima della distrazione collettiva. S’è persa l’urgenza di recuperarla, non come quando qualcuno ha rischiato un colpo di fucile o una bastonata per rimetterla in partita, visto che senza di lei non sarebbe stato possibile viverci ancora, in partita.

Non creda il turista o il Lettore estraneo ai fatti nostri, che la città sia impazzita o abbia deciso di darsi le sembianze di un’enorme pattumiera. Nulla di tutto questo. Dietro un’apparente follia si muove un gran ragionamento. È soltanto che la città ha esaurito la Storia. Vi ha corso troppo in fretta, e alla fine della Storia la via d’uscita è sempre la finestra su un orribile spettacolo. E quello avvelenato dal rifiuto urbano e dalla vita non somiglia neanche un poco alla malinconia dello stadio sporco di cartacce dopo la partita, e nemmeno ai ragazzini malvestiti che riprendono fiato al tramonto. Un pallone sgonfio lo trovi sempre se passeggi per quei vicoli infestati dai rifiuti e dalla vergogna, e qualcuno ci gioca pure, senza aderire a quel mito turistico della Napoli come la vogliono gli altri. Ci gioca e basta, immaginando di far parte per cinque minuti del clamore della guerra, della grazia e della gioia di quattro scugnizzi e della speranza di non incontrare qualcun altro che non si ferma a guardare, perché la città che ospitò un numero imprecisato di dispute umane e calcistiche, come per un tradimento alla memoria, adesso non la riconosce più.

sebastiano di paolo, alias elio goka