De Laurentiis smonta il mito della passione come fondamento aziendale: senza gestione economica e visione strategica, nessuno stadio si riempie davvero. Il presidente del Napoli ha esposto il suo modello gestionale a Roma, presso il TEHA Club, affermando che la passione dei tifosi non costruisce bilanci né acquista calciatori.
De Laurentiis e i venti anni di Napoli: dal fallimento ai due scudetti
Quando ha rilevato il club nel 2006, De Laurentiis ha trovato una squadra in fallimento nonostante il pubblico fosse tra i più appassionati d’Italia.
“Quando ho comprato il Napoli, non dovevo convincere la gente ad amare quella squadra. Dovevo capire come fosse possibile che una società con un pubblico del genere fosse fallita. E fare in modo che non succedesse più. Quella passione non l’ho creata io. Il mio compito era costruirci intorno un’impresa capace di durare. Perché la passione può riempire uno stadio anche in Serie C. Ma la passione da sola non fa un bilancio, non compra un calciatore, non costruisce un centro sportivo, non organizza una società. Bisogna creare valore. E qui il cinema mi è stato molto utile” – ha affermato il patron azzurro.
La ripartenza dalla Serie C1, il ritorno in Serie A nel 2007, la stabilizzazione in Champions League e infine i due scudetti del 2023 e del 2025 non sono stati il frutto della sola emotività. La passione dei tifosi partenopei esiste da decenni: il compito era trasformarla in strutture organizzative e solidità finanziaria.

Il cinema come arma per competere nel calcio
De Laurentiis non ha nascosto come il cinema lo abbia aiutato a gestire le cose nonostante la poca conoscenza calcistica. Il numero uno del Napoli ha raccontato quanto sia importante avere coraggio nel prendere decisioni, pur sbagliando qualcosa:
“Quando sono entrato nel calcio ne sapevo ben poco. Però sapevo scegliere le persone, mettere insieme competenze diverse, tenere sotto controllo un investimento, grazie al cinema. Un film che costa cento milioni non è necessariamente migliore di un film che ne costa dieci. E un calciatore che costa cento milioni non è necessariamente dieci volte più bravo di uno che costa dieci. Il talento bisogna saperlo trovare e bisogna avere il coraggio di prendere decisioni. In vent’anni naturalmente abbiamo anche sbagliato, ma si sbagliano calciatori, allenatori, dirigenti, investimenti. Una società solida può correggere l’errore, mentre una società fragile può esserne distrutta. Nel calcio italiano si parla moltissimo di quanto spende un presidente. Io vorrei che qualche volta ci domandassimo anche che cosa costruisce, cosa lascia, quanto ricava. Spendere è facile, creare valore è difficile…”