Sessantacinque minuti per dominare il mondo, poi si torna Napoli

Essere il Napoli vuol dire questo. Anche questo, o forse soprattutto. Essere il Napoli, in ogni caso, è saper dominare senza dominarsi. È incappare nei circoli virtuosi e viziosi, tra malasorte e talento, tra abnegazione e arrendevolezza. È un bel casino, insomma. Che in qualche modo va aggiustato, oliato e svecchiato di paura: perché quel ch’è il Napoli, in questo momento storico, è forse solo un piccolo upgrade di quanto visto nella scorsa stagione.

POSITIVI, COMUNQUE

Spavaldi. Bisognava giocarsela così, senza preoccupazione di fondo, senza la pesantezza di qualche occhio e giudizio già di troppo. Si trattava pur sempre di un’amichevole, e senza che lo sia mai stata: ma questa diventa un’altra storia. Un’amichevole che allora s’è fatta partita, che s’è fatta poi scontro diretto: almeno da parte dell’Atleti, l’agonismo non è mai mancato. Giusto così, per certi versi: sono avversari che aiutano nell’inserimento mentale verso la nuova stagione. E sono avversari che vincono, con elementi diversi da cui prendere spunto. Da cui trarre insegnamento.

Ecco: ripensando al fischio d’inizio e a quello finale, ritorna nell’accezione della gara un senso di positività assoluta. Certo, ci sono gli errori (Reina!); certo, ci sono le note positive. Da Chiriches ad uno straripante Ghoulam, si può ben prescindere dai singoli: perché quei 65 minuti non hanno demeritato l’attenzione nemmeno per un secondo. Anzi.

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NON SI CAMBIA MAI

Poi ci sono i piazzati. Che non meriterebbero un capitolo a parte, forse addirittura un intero libro. Sarri parla di caratteristiche fisiche: del resto, è un fattore anche quello per quanto assurdamente sottovalutato. Eppure, l’attenzione torna ad illuminare l’ambito delle marcature: a zona, a uomo, come ovviare? Le domande, sul taccuino del tecnico, sono molto più delle risposte. E tra i mille punti interrogativi, scommettiamo che un bel posto lo trova anche un bel cambio di rotta. Insieme a qualche fattura già impostata per sventare la sfortuna, vedi gol di Torres.

Non si cambia mai, e forse non c’è nemmeno tutta questa frenesia: non che non occorra, ma bisogna avere i propri tempi. Perché la squadra vista all’Allianz Arena ha peccato di maturità, dimostrando parallelamente di averne acquisita parecchia; perché ha errato da fermi, però ha allo stesso tempo dato prova di forza intensa negli uno contro uno. Griezmann ha avuto mezzo spazio: Reina ci ha messo una meravigliosa pezza. Poi nulla. E Carrasco, palla al piede, è micidiale tanto quanto Insigne e Mertens.

Cambiare, quindi. Davvero necessario? No, non proprio, non drasticamente. Serve aggiustare, che è ben diverso. E ben più difficile.

Cristiano Corbo

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