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Gira la ruota, ma non il centrocampo: in mezzo si fa fatica. E Allan…


C’era una volta… un triangolo! E dall’altra parte? Spunta subito un quadrilatero. No, non abbiamo sbagliato materia: son le linee di gioco a mandarci un tantino in confusione, stile prof di geometria intento a spiegare nell’ultima ora del sabato mattina. Ecco: solo che distogliere lo sguardo proprio non ci riesce, perché lo spettacolo è lì, in mezzo al campo. Ed il noioso e onnipresente versante tattico si mostra al mondo intero come elemento essenziale del gioco: che se vuoi davvero spuntarla, è necessario prima inquadrarla.

Figuriamoci, c’era da aspettarselo. Nel primo incontro tra Sarri e Sousa venne fuori una gara tanto agonistica quanto bella da analizzare. Al ritorno, la storia parla di colpi, di giocate, di sensazioni. E poi di un pareggio che non sa di lunghezze perse, ma neanche di punto guadagnato: ha ancora addosso la bellezza del calcio, fatta di capovolgimenti di fronte in frazioni di secondo, di un risultato in bilico fino all’ultimo istante. Fatta quindi dell’incredulità di Kalinic, Tello ed Higuain. Dei pugni stretti di Tatarusanu e dei sospiri di sollievo di Pepe Reina.

STANCHEZZA – Due traverse, due miracoli: pareggiano anche il numero d’imprecazioni, Napoli e Fiorentina. Che davanti sono meravigliosamente inafferrabili, e dietro – specialmente la Viola – tengono botta in modo accurato senza (quasi) mai scivolare. Si trova nel mezzo, in fondo, il luogo creato appositamente per essere affondato. Almeno stasera, almeno con i fattori stanchezza e pressing altissimo a farla da padroni. In grado di spiegare, ma non giustificare, errori e scarsi riferimenti per un gioco azzurro sempre più provato dal fare e disfare del proprio centrocampo. Si ricostruiscono da qui le cinque partite senza vittoria? In parte sì, in parte no: ma il calo dei mediani è un fattore, pure decisamente importante.

ERRORI – Il match del Franchi n’è difatti la controprova: in mezzo al campo è l’errore, a tratti banale quanto un qualsiasi appoggio, a rinverdire le ripartenze di Tello e compagni. Bravi, bravissimi nell’andare in profondità e nel superare una linea di centrocampo col vizio di spegnersi: a partire da Allan, schiantato dall’andirivieni di Marcos Alonso e dalla tecnica di un Borja Valero per nulla spaventato dal nuovo dettame tattico che Paulo Sousa ha coniato per lui. Dettagli, per nulla piccoli, e che quindi fanno la differenza. Come il pressing asfissiante della Fiorentina capace di boicottare l’inventiva di Jorginho, prima nel pallone e – soltanto nel finale – tornato in palla. Ha dovuto aspettare che calassero i ritmi, l’otto azzurro. Che calasse soprattutto Vecino, in una di quelle serate in cui s’intuisce per bene per quale motivo Sarri l’avesse evidenziato mille volte sull’agenda di Giuntoli. L’ex Empoli si mostra pronto a strappargli il fiato addirittura nei pressi dell’area di rigore difesa da Reina, serrando ranghi, annichilendo quei pochi spazi già difficilmente concessi. La fretta, in fondo, ha quel vizio d’essere cattiva consigliera: gli errori sono allora una naturale e poco amata conseguenza.

ALT(R)O GIOCO – Nella notte del Franchi, l’ordinaria amministrazione sembra dunque una mezza utopia. Mezza perché qualcuno che vi riesce, alla fine, c’è e si fa sentire: eccolo, Hamsik. Va di folate, di chiusure e di fraseggio. Poi però si blocca: un po’ fermato dal fiato corto, un po’ impantanato tra il lavoro sporco di Badelj e pezzi di terreno che scompaiono tra maglie viola. Manca il tocco, la magia. Manca quel gettarsi a capofitto col cuore per venir fuori dal banale compitino. Manca anche da un po’ di tempo, ormai. Da almeno cinque partite, per giunta senza vittoria: è che non contano soltanto i demeriti di Higuain. Conta pure tornare a girare con ordine e talento, lì nel mezzo. In attesa di un nuovo ciclo, sarà fondamentale recuperarne un paio di quelli passati.

Cristiano Corbo

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