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Le “piccole” ossessioni di una notte da falliti

Questa non dovevi farcela. Un boccone davvero amaro da ingoiare. Assaporato a lungo e con eccessiva goduria. Come passare trionfalmente da una sponda all’altra del lago, sicuri di incontrare solo coccodrilli gonfiabili lungo il tragitto. E lasciarsi sbranare come pivellini, pagando caramente la nostra dabbenaggine. No Napoli, dannazione. Proprio sul più bello. Ti avevamo già presentato ai nostri genitori e sei scappato con un’altra. Non, non lo si può accettare. Eppure continueremo ad amarti, anche oggi che fa tanto male.

La finale europea sfumata è un martello pneumatico nella mente di ognuno di noi. Ma è il modo con il quale abbiamo perso il volo per Varsavia ad imprimere la delusione più forte. Una coltellata immeritata l’illusoria presa di Wolfsburg, per poi cadere mestamente in una battaglia creduta vinta in partenza. Perchè i tifosi hanno il sacrosanto diritto di sognare e prenotare aerei ed alberghi. Chi scende in campo, però, non dovrebbe mai abbassare la guardia, a maggior ragione se a due passi da un traguardo storico. Mai snobbare anche il più tenero dei nemici, credendo che alla fine si inchinerà per pura e manifesta inferiorità.

C’è chi fallisce nei tribunali e chi fallisce in campo. E sarà dura stilare una classifica con i migliori “falliti”. Le prime avvisaglie, ingigantite o meno dai tesserati ducali, si erano avute a Parma. Aspre e profetiche. Non so se dalla bocca di Higuain sono venute fuori o meno determinate “richieste” domenica scorsa. Sta di fatto che erano in perfetta sintonia con quanto dimostrato in campo. Mancanza di cinismo, nervosismo e incapacità di reggere l’urto delle responsabilità: così sono naufragati a Kiev il Pipita e la sua inattesa spocchia. Non solo lui, sia ben chiaro. Lui è solo la punta dell’iceberg, sciolto interamente nell’inferno ucraino. Un inferno diverso, per ovvi motivi, da quello scatenato a Parma. Un inferno che non conosce blasone, mette sotto torchio i veri uomini e strappa via l’anima. A dire il vero con il Napoli ha avuto vita facile. Perchè questa squadra, diciamocela tutta, un’anima non l’hai mai avuta.

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Un day after svuotato dalle certezze e pieno di interrogativi che ricorda molto quello post-Bilbao. Di quelli in cui ti chiedi qual è il futuro di questo progetto prigioniero dei suoi limiti e dei suoi errori, nel quale le idee societarie non troveranno mai un comune denominatore con quelle del tecnico. Cos’è cambiato da quel devastante (a livello economico ed emotivo) 27 agosto? Nubi sempre più fitte, tanti dubbi rimasti tali se non enfatizzati e l’unica, a questo punto insignificante, schiarita di Doha.

Onore a Benitez per le parole dopo la sua squalifica in difesa di Napoli e dei napoletani, un’apprezzata ribellione ad un calcio sempre più marcio. Ma, caro Rafa, sai benissimo che per tutelare una città da cori impuniti, soprusi e decisioni politiche avverse l’arma più affilata è vincere. Zittendo le malelingue e magari alimentando sì l’odio, ma quello che fieramente si carica sulle spalle chi ha una bacheca zeppa di trofei. Invece no. Continuiamo a farci umiliare e deridere innanzitutto in campo. E allora come innescare questo riscatto?

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Il mister spagnolo era chiamato a fornirci un valore aggiunto che, occorre dirlo, non c’è mai stato. Nemmeno nelle Coppe, il suo asso nella manica nonchè il suo boomerang almeno in questa stagione. Perchè anche da una rosa non proprio all’altezza è doveroso attingere il meglio. Ieri sera l’ennesima squadraccia ci ha impartito una nuova lezione dell’arte del difendersi e saper soffrire. E noi, ossessionati dalle piccole, ci siamo cascati ancora. Senza pareggiare la cattiveria altrui, senza varianti tattiche capaci di abbattere un altro bunker. Senza Zapata, paradossalmente nella partita adatta a Zapata. Solo l’ennesimo equivoco della confusione beniteziana. Partita, probabilmente, tra le carte di un rinnovo fantasma e finita ad infradiciarsi sotto la pioggia battente dell’Olimpiynskiy Stadium.

Ricomporre i cocci e ricompattarsi. Ispezionare Castelvortuno e dintorni a caccia di tracce d’orgoglio. E’ l’imperativo dei prossimi quindici giorni. C’è una stagione da salvare, ma è come stendere il bucato senza nemmeno un raggio di sole. Il terzo posto è certamente raggiungibile, almeno sull carta. Ma non conosciamo il contraccolpo di questa cocente eliminazione su un gruppo già terribilmente fragile. Pochi fronzoli, trovare le forze e combattere fino all’ultimo sospiro. Dal primo giugno poi, al netto di famiglie da sistemare e Champions conquistate o meno, è necessaria una svolta. Perchè il Napoli è di chi lo ama. E l’appartenenza, purtroppo, è merce rara. Chi ha perso gli stimoli può tranquillamente accomodarsi alla porta. Arrivederci e grazie.

Ivan De Vita

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