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Il sinistro di Maggio. La respinta sulla linea di Cole. Sventato il 4-1 del Napoli sul Chelsea. Era una notte di tre anni fa. Una notte da Champions. Di quelle indimenticabili, di quelle da Napoli. Vittoria roboante che però al ritorno fu vanificata dalla rimonta dei Blues. E chissà quanto sarebbe valso quel gol di Christian. Ieri sera, inutile negarlo, quel fantasma da brividi è riapparso nella mente di tutti noi. Almeno quando il destro di Mertens si accomodava lemme lemme ad un palmo dal palo. Sarebbe stato il quarto sigillo, come quella notte. In rimonta, come quella notte. Ma le coincidenze finiscono qui. Devono finire qui, perchè i vostri scongiuri mi hanno già sbranato entrambe le orecchie.

Non scherziamo. Questa Dinamo Moska è un parente lontanissimo di quel Chelsea che si laureò di lì a poco campione d’Europa. In termini di qualità in campo ed esperienza. Ecco l’esperienza, proprio quella che si spera il Napoli abbia incrementato dalla debacle di Londra ad oggi. E a giudicare dal comportamento degli azzurri, i segnali sono positivi. Nel buio pesto di una rete beccata dopo un solo giro di lancette, una mazzata nell’ottica dei 180’, trovare appena la forza di accendere un fiammifero è già lodevole. Soprattutto con un’agenda così fitta di impegni e dopo la dispendiosa e disarmante gara contro l’Inter di appena cinque giorni fa.

I ragazzi hanno fatto molto di più. Hanno ripreso a giocare come se quell’episodio disgraziato non fosse mai capitato. Hanno stretto le mani alla gola dei russi fino a non farli respirare. Recuperando il terreno perduto. E andando oltre, lasciando addirittura spazio ai rimpianti. Perchè, in effetti, la qualificazione poteva essere imbustata e spedita all’Uefa già alle 23 di ieri, magari con un pizzico di cattiveria in più. A volte manca proprio questo alla squadra di Benitez: la capacità di leggere i momenti durante una partita, tenere alta la concentrazione o trafiggere l’avversario a seconda della situazione. Tuttavia, per il carattere e la prestazione offerta merita solo elogi. Talvolta si può anche evitare di cercare l’ago nel pagliaio. Gli studi sulla mentalità vincente proseguono a gonfie vele e ieri sera hanno prodotto un ottimo voto. Continuando con questa abnegazione la promozione, anche al freddo e al gelo, è certamente alla nostra portata.

Come da consuetudine, alcuni fotogrammi dalle tinte horror abbiamo dovuto ingoiarle anche nel giovedì europeo. Gol come quello di ieri ne prendiamo a dozzine, ma nelle gare eliminatorie sono ancora più indigesti. Protagonisti Henrique e Kevin Kuranyi, due che solo per qualità estetiche si candidano di diritto ai casting di Dario Argento. La scena del delitto è sempre la stessa, la nostra area di rigore sui calci da fermo. Spruzzi di sangue ovunque per ogni palla che ciondola da quelle parti. Spesso il carnefice lo si identifica nell’immediato, altre volte come ieri c’è il solito e inestricabile concorso di colpe. Tutti sul libro degli indagati, la verità non giunge mai a galla e i reati continuano senza sosta. Una prassi tutta italiana. Eppure qualcuno dice che Rafa non si sia calato abbastanza nel nostro modo di pensare. Mah.

La magia delle stelle europee, intanto, è vedere spuntare nella stessa sala degli splatter appena citati alcuni personaggi Disney che sembrano proprio aver sbagliato film. Mai paradosso fu più opportuno, oserei dire. Ritroviamo improvvisamente il “Trilly” Mertens dei giorni migliori, la fata alata che svolazza a destra e a manca causando capogiri all’intera capitale russa. Segnali importanti erano pervenuti già domenica scorsa, una vivacità e un estro che il peperino belga aveva lasciato in dote al 2014. Travolgente e decisivo come mai in questa stagione, resta uno dei pochi in rosa capace di saltare l’uomo e creare superiorità e scompiglio. Rigenerato proprio nel periodo della resa dei conti. Quando, altro paradosso, anche Lorenzo Insigne è già in viaggio per riabbracciare la sua fascia. Incrociamo le dita e speriamo non sia solo un fuoco di paglia. Perchè Campanellino, si sa, a volte è fin troppo volubile.

Dries non era l’unica sagoma cartoon a transitare sul palco di Fuorigrotta. Si è addirittura riammirata la folta chioma (oddio proprio quella forse no…) del “Rel Leone” Inler, altra graditissima sorpresa. Sobbarcato di tante responsabilità dopo l’assenza forzata di Gargano, nelle ultime due gare si è impadronito del centrocampo con qualità e saggezza come non faceva da secoli. E due partite dignitose di Gokhan consecutive sono merce rara, anche se va esaltata con le dovute precauzioni. Questo ragazzo sarebbe stato la panacea di tutti i mali azzurri in mediana se fosse sempre lucido e volitivo come negli ultimi cinque giorni. Invece tende a perdersi nelle sue insicurezze, regge poco sul piano atletico e si lascia accalappiare da una maledetta discontinuità. Appare per un po’, combatte con il coltello tra i denti e poi sparisce. Rifugiandosi su in collina a meditare. Scendi in campo Gokhan, Napoli ha disperatamente bisogno del suo Simba.

Tra una visione e l’altra, tra meno di 48 ore ci si rituffa nella realtà. Nel suo lato peggiore, a dire il vero. Si va a Verona, a battagliare come di consueto in campo e sugli spalti. In una splendida città trasformata in un horror da un manipolo di idioti. Gli eroi di tante generazioni devono sapersi isolare dal contesto, farci chiudere gli occhi e tappare le orecchie per continuare a sognare. Per non smettere mai di sentirsi bambini

Ivan De Vita

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Articolo modificato 13 Mar 2015 - 22:31