Sono passati undici anni. Un tempo che sembra un soffio se guardi il mare, un’eternità se conti i battiti del cuore di questa città. Era il 4 gennaio 2015 quando quella chitarra ha smesso di suonare, lasciando un silenzio che abbiamo riempito solo cantando.
E in questi undici anni, Pino, sapessi cosa ha combinato il tuo Napoli. È stato un viaggio lungo, una “mascalzonata” latina, un continuo saliscendi emotivo che sembrava scritto proprio su uno dei tuoi accordi in minore, sospesi tra malinconia e Alleria.
Appena te ne sei andato, abbiamo iniziato a giocare un calcio che sembrava musica. C’era un direttore d’orchestra in tuta che ci ha fatto credere che la bellezza potesse bastare a vincere. Eravamo belli, Pino. Eravamo Pazz, nel senso più nobile del termine. Abbiamo sfiorato il cielo con un dito, abbiamo urlato contro il palazzo, ma il traguardo ci scivolò via, proprio come sabbia tra le dita.
Poi è arrivata la pioggia. Ci sono stati anni di transizione, di Viento ‘e terra che spazzava via certezze. Abbiamo cambiato pelle, abbiamo salutato capitani e bandiere, e per un attimo abbiamo avuto paura. Chi tene ‘o mare, però, lo sai bene, sa anche aspettare. Sa che dopo la tempesta l’azzurro ritorna sempre, più forte di prima. Abbiamo stretto i denti, consapevoli che Nun ce sta piacere se non c’è anche un po’ di sofferenza prima della gioia.
E poi, Pino, è successo. L’impossibile è diventato reale. Mentre tu guardavi da lassù, questa Terra mia si è tinta di tricolore. Dopo 33 anni, il Napoli è tornato campione.
In quel delirio azzurro, Dubbi non ho che tu fossi lì.
Eri nelle lacrime dei padri che abbracciavano i figli, eri nelle bandiere che sventolavano su quel Vesuvio che tante volte hai cantato. Quel terzo scudetto è stato anche tuo.
Perché Napule è una carta sporca, sì, ma quel giorno nessuno se ne importava: era solo una città che si riscopriva regina.
Ma la storia non voleva finire lì. C’era bisogno di un’altra nota, di un altro capitolo. Ed è arrivato Again. Proprio come quella tua ballad, ci siamo innamorati e abbiamo vinto “ancora”. Il quarto scudetto è stato la conferma che questo amore non ha fine, diventando un film che porta il nome della tua canzone. I love you again, cantavi. E noi, ancora una volta, abbiamo gridato il tuo nome guardando il cielo tingersi d’azzurro.
Perché possono passare undici, venti o cent’anni, ma finché ci sarà un pallone che rotola e un cuore azzurro che batte, questa sarà sempre ancora la tua storia. Sulo pe’ parlà? No, Pino. Sulo pe’ t’amà. Ancora e per sempre.




