Non ho visto Maradona (ma innamorato son!)

Non ho visto Maradona (ma innamorato son!)

Ci hanno sempre insegnato che l'invidia è il sentimento più brutto che si possa provare: uno di quelli che ti accende il fuoco dentro e non te lo spegne più. Il fuoco dell'invidia lascia la sua fiamma sempre accesa ed arde nell'animo chi la prova.

C'è chi non ha mai provato questa sensazione e chi invece può dire esattamente l'opposto; ma è difficile essere un giovane partenopeo e non provarla quando dal 1984 al 1991, nella tua squadra del cuore, ha giocato il più grande di tutti i tempi e non puoi rivivere le sue giocate se non attraverso gli occhi ed i racconti altrui.

Il 5 luglio 1984 non c'era nessuna partita in programma, eppure lo stadio (ora Diego Armando Maradona) era pieno, gremito. Tutti aspettavano l'ingresso di un argentino dai folti capelli ricci e neri, che arrivava dal Barcellona ed avrebbe indossato la maglia numero 10. Tutti aspettavano Diego Armando Maradona.

Fin dal suo ingresso nell'ex Stadio San Paolo tutta la città pendeva dai suoi piedi già dai primi palleggi sul prato. Tutti lo amavano (e lo amano ancora). Impossibile non farlo dal momento che le sue giocate hanno significato prendersi una rivincita, un riscatto. Perché Diego non era solo il calcio, ma simbolo di rivalsa sociale.

Negli anni in cui ha vestito la maglia azzurra il calcio italiano era appannaggio dell'Italia settentrionale e, grazie a Diego, la città di Napoli smise di chinare il capo. O meglio, tutti lo chinavano solo ed esclusivamente verso il campo, per ammirare dall'alto degli spalti il suo mancino. Pura poesia. Arte.

Chi non ha mai visto Diego se l'è fatto raccontare e l'ha vissuto attraverso parole ed occhi altrui. Ciò è quanto basta per capirne la grandezza, assaporarne il talento e rimpiangerlo per sempre.

Diego porterà con sé, per sempre, l'amore di un popolo che non gli apparteneva, ma mai ha amato ed idolatrato nessuno, come ha fatto con lui.

Dio in sette giorni ha creato il mondo, lui in vent'anni di carriera l'ha tenuto incollato al televisore.

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Matteo Grassi

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