Il Napoli sa dove sta andando? C’è bisogno di gente che viva Castel Volturno e prenda decisioni

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⏱️ 4 minuti di lettura

Stavolta davanti alle telecamere, Cristiano Giuntoli, non è andato a recitare un’intervista che sa più di salmodia: “Stiamo bene così, la squadra è completa, al massimo ci sarà qualche uscita”. Ecco, il Napoli non sta bene così e se prima c’erano soltanto briciole di pane seminate in giro come indizi, a Verona la cartella clinica ha mostrato un referto piuttosto preoccupante. L’encefalogramma del Napoli è piatto, dal campo, dove si consumano le disfatte, agli uffici, dove si pianificano. Ammesso che ci sia realmente un piano dietro tutto ciò che è stato costruito dal dopo Sarri ad oggi. A quasi 3 anni di distanza non si capisce ancora su quale strada stia andando il Napoli, se sia riuscito ad imboccare un’autostrada o si sia smarrito su qualche buia e dissestata provinciale.

L’OPERATO DI CRISTIANO GIUNTOLI VALE UNA CONFERMA?

La linea guida tracciata dal “progetto” non è altro che una sagoma fatta con un bastoncino sulla sabbia, di quelle che si cancellano alla prima folata di vento. Cristiano Giuntoli è l’unico di uno scarno organigramma societario a far sentire voce e presenza, ma non basta. Tra 181,7 milioni male investiti sul mercato e contratti gestiti alla rinfusa (dall’ammutinamento ai casi Milik, Maksimovic e Hysaj) è difficile dare un voto positivo all’operato del direttore sportivo.

È difficile, probabilmente, dare un voto vero e proprio: bisognerebbe capire quanto potere decisionale ha nelle sue mani. Allora che si fa, quando chi davvero decide gioca nell’ombra, fa capolino ogni tanto ma – di fatto – sembra così lontano dalle sorti della squadra? Si riorganizza, si ricomincia da capo, si studia come ripianificare un intero assetto societario.

CAMBIAMENTI IN SOCIETÀ

Aurelio De Laurentiis fa spesso perdere le sue tracce: in un contesto del genere dovrebbe delegare, per davvero. Al Napoli serve una dirigenza forte e con poteri decisionali, che sia fatta di gente che si nutre di pane e calcio e che viva o quasi a Castel Volturno. Si deve riprogrammare dalle fondamenta per mostrare una linea guida, una direzione progettuale ai calciatori. Perché un gruppo squadra che non sente la presenza della società e non vede un progetto di crescita, un gruppo che si autogestisce, beh, non ha vita lunga.

Probabilmente il peccato originale del Napoli risale al 2016. Fiutando un invecchiamento del blocco Callejon-Mertens-Insigne-Hamsik-Albiol-Reina, con i 90 milioni di Higuain, un bilancio in netto attivo, i ricavi dalla qualificazione in Champions, si fece un tentativo per costruire un nuovo blocco. Eccezion fatta per Zielinski, oggi nessuno veste più la maglia del Napoli. Diawara e Rog sono andati via nell’anonimato, Milik dopo una lunghissima bagarre, Maksimovic non rinnoverà.

IL FUTURO DI GATTUSO

Oggi, con bilanci segnati dalla pandemia e senza eventuali ricavi della Champions, anche ricostruire sarebbe molto difficile. E da chi si riparte? Da Gennaro Gattuso? Difficile ignorare che il suo Napoli ha finito le idee, che a momenti di grandezza alterna troppo spesso momenti di smarrimento, di lentezza, di noia, di disunione.

Non può essere solo colpa dei calciatori se l’idea tattica è troppo rigida, troppo orizzontale, se il Napoli non sa mutare a seconda dell’avversario. Se a Pirlo e Pioli basta impostare il pressing su Koulibaly per impantanare tutta la manovra, se Lozano e Insigne con le big si trovano distanti ottanta metri dalla porta. Qualcuno dovrà assumersi le responsabilità, De Laurentiis dal canto suo dovrà fare un passo indietro per farne due in avanti. Anche lui avrà capito quanto sia alta la posta in palio. Servono soluzioni più che colpe.

A cura di Vittorio Perrone

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