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Profumo di grandezza. Raggi azzurri pungenti ma timidi, oscurati. Era ancora in embrione il Napoli di Sarri agli inizi di ottobre 2015. Un avvio di stagione tormentato dallo scetticismo, poi Lazio e Juve straziate a Fuorigrotta e i primi roboanti segnali di una nuova epoca. Un’epoca che è registrata negli annali con un incipit inconfutabile: Milan-Napoli. Una prova di superiorità così schiacciante, in quello stadio, non può non rientrare nel mito. Da quello 0-4 il nuovo corso sarriano ha acquisito lodi e consapevolezza. Sabato si torna a San Siro. Proprio nella settimana in cui la Leggenda è atterrata a Castelvolturno. Lui di rossonero probabilmente ne sa qualcosa. Sarà mica un caso?

Non è mai stata una sfida qualunque. Le memorie di fine anni ’80 la rendono un evergreen, con il fascino scatenato anche dalla classica rivalità extra-sportiva. Milan-Napoli ha ospitato icone calcistiche assolute del XX sec., basti pensare a Maradona, Altafini, Baggio, Ronaldo e Van Basten; ha rappresentato bivi cruciali o nuovi avventi, come il “sacchismo” battezzato dal 4-1 in rimonta ai danni dei partenopei Campioni d’Italia nel gennaio ’88; ci ha deliziato con gol straordinari, Weah-Baggio nel ’96 o la sassata di Higuain nell’ultimo Napoli targato Benitez. Proprio in quella serata del 2013 gli azzurri hanno sbancato la Milano rossonera dopo ben 27 anni di astinenza. L’anno dopo si è tornati a soccombere prima della straripante e irriverente lezione di calcio da cui siamo partiti. Perché, in fin dei conti, di quello si è trattato. Tempistiche, movimenti ed armonia del momentaneo 0-2 di Insigne ne sono una fervida testimonianza. Da allora, però, le due squadre sono decisamente cambiate. Non tanto nell’aspetto fisico, quanto nei modi di pensare ed agire. Sono diventate grandi, ognuna seguendo il suo percorso.

Il Milan di Mihajlovic è stato altalenante come pochi altri, ballerino in difesa e con la sensazione di abbattersi troppo facilmente davanti agli ostacoli. Insomma l’avrete capito, non è mai riuscito ad identificarsi con il suo allenatore. Lento e tumultuoso il passaggio della società ad una cordata cinese, con gli inevitabili contraccolpi all’interno dello spogliatoio e sulla bocca dell’opinione pubblica. Quest’anno Montella ha pian piano ritrovato la quadratura e la propensione al sacrificio, raccogliendo sempre più consensi con l’introduzione graduale di giovani talenti, Locatelli su tutti. I rigenerati Suso e Bonaventura offrono equilibrio e fantasia, Paletta è il simbolo di una difesa improvvisamente granitica (terza dietro Juventus e Roma). Non sarà il Diavolo spettacolare degli anni d’oro, ma ha ritrovato solidità e amor proprio. E non muore mai, come dimostrano i tanti risultati agguantati all’ultimo respiro. Non serviva rivoluzionare la rosa, a quanto pare. Bastava costruire un’identità.

E il Napoli? Beh, ha spazzato via record e detrattori in un anno e mezzo. Rimpolpando con astuzia il patrimonio di calciatori, provando a rendere tutti utili ma nessuno indispensabile. Nemmeno Higuain. Anzi, nemmeno un attaccante vero. Perché persino Mertens è diventato una freccia ideale estratta dalla faretra dorata. Le idee del mister Sarri sopravvivono a qualsiasi catastrofe ed è su di esse che occorre costruire il futuro. Tuttavia, da quel poker sfavillante qualcosa è venuto meno. Ci si aspettava di poter dettare legge ovunque in Italia, soprattutto sui campi più ostici, armati solo del proprio credo. Un’evangelizzazione riuscita solo a metà, perché da quella notte mai la compagine napoletana è riuscita a strappare i 3 punti in un big match fuori dal San Paolo. Tante ottime prestazioni, specialmente contro Juventus e Roma, ma è mancato lo sprint e sono state solo lacrime.

Come se questo giocattolo tecnologicamente avanzato si inceppasse appena mette il naso fuori dal pianerottolo di casa. Il confine tra spettacolo e vittoria si chiama cattiveria e difficilmente è stato valicato. Uno dei crucci più grandi del mister toscano. In quest’ottica il successo di Lisbona che ci ha regalato un biglietto per Madrid, nonché i punti acciuffati in extremis contro Fiorentina e Samp sono una ventata di ottimismo. Questa squadra inizia a vestire gli indumenti pesanti quando il clima è rigido. La maturità è anche scendere dal piedistallo e sapersi sporcare le mani. Ora saliamo a bordo dell’Aeroplanino e vediamo che altezza siamo capaci di raggiungere. E che la mano de Dios (e il suo abbraccio) ci aiuti!

Ivan De Vita

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Scritto da
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