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Il rigore più lungo della storia è stato tirato una domenica pomeriggio del 1958. Di fronte, c’erano l’Estrella Polar e il Deportivo Belgrano. Lo stadio era vuoto. Fuori, centinaia di persone attendevano che rimbalzassero le notizie al suo interno.

Estrella Polar è un posto sperduto di Valle de Rìo Negro, Argentina. Avevano una squadra di calcio che partecipavano alla Coppa di Valle: la maglia era rossa, ben piegata, l’unica che avevano in dotazione. I giocatori erano sempre gli stessi. Fratelli, amici, fratelli di amici. Alla Coppa partecipavano regolarmente 16 squadre, e l’Estrella Polar si piazzava, fisso, oltre il 13° posto. Nel ’58 l’Estrella Polar vinse 1-0 contro l’Escude Chileno. Nessuno ci fece caso, era la prima partita. Un mese dopo, però, arrivarono 4 vittorie di fila. Tutte per 1-0. Tutti cominciarono a parlare di loro: la gente si riuniva allo stadio per vederli perdere, finalmente. Diventarono l’attrazione del Paese. Al di fuori della Valle, però, nessuno li prendeva veramente sul serio.

Sul finire del girone d’andata furono sistemati con 7 gol dal Deportivo Belgrano, campione da sempre e leader indiscusso del Torneo. La domenica successiva, però, quelli dell’Estrella vinsero ancora per 1-0. E ricominciarono. Fino alla primavera successiva, quando arrivarono allo scontro decisivo con il Deportivo, in trasferta, con un solo punto in meno dalla capolista.

Lo stadio era pieno. La gente aspettava sui tetti delle case. Tutti, più o meno, si aspettavano che il Belgrano replicasse i 7 gol dell’andata e mettesse la parola fine alla Coppa di Valle. A fare il tifo per l’Estrella c’erano più di 500 tifosi. L’arbitro, il signor Herminio Silva, era un epilettico che come lavoro vendeva i biglietti della lotteria locale. Tutti capirono che si stava giocando la carriera quando al 40esimo del secondo tempo le due squadre erano ancora sull’1-1. Ma lo stupore fu ancora più grande quando, al 42esimo, l’ala destra dell’Estrella Polar infilò in rete una punizione dalla distanza.

Herminio Silva capì di essere nei guai. Allungò la partita fino a quando l’attaccante di casa entrò in area e fu sfiorato dall’avversario. Rigore. L’ala destra dell’Estrella Polar, Rivero, detto el Cholo, non ci pensò due volte e lo stese con un pugno. La rissa fu servita, la partita sospesa, e il commissario locale ordinò a chiunque non fosse del paese di lasciare subito quella terra. Il rigore non fu tirato.

Fu il Tribunale della Lega, che si riunì il giorno seguente, a decidere che mancavano ancora 20 secondi da giocare. L’appuntamento fu dato la domenica successiva, stesso stadio, stesso posto, a porte chiuse. Quel rigore durò una settimana.

Quella domenica, invece, rimase nella storia. Tutti aspettavano il rigore. Erano 10 anni che il Deportivo Belgrano non perdeva la Coppa.  Alle quattro meno un quarto Hermino Silva, l’arbitro, posizionò il pallone e preparò il fischietto. Fu allora che Diàz, il poritiere 40enne dai lunghi capelli bianchi, detto El Gato, si ricordò della storia, della gloria, della ragazza bionda che gli aveva dato un appuntamento per quella sera stessa. Il tiro arrivò alla sua sinistra: El Gato lo parò con un eleganza e una sicurezza mai vista. Poco dopo aver bloccato la palla, continuava a tenerla in mano, come fosse un biglietto della lotteria.

Il rigore più lungo del mondo è uno dei racconti più belli scritti da Osvaldo Soriano, giocatore, giornalista e scrittore argentino. Una sua raccolta di racconti è stata pubblicata in Italia da Enaudi, dal titolo Fùtbol. Storie leggendarie e protagonisti gloriosi si affollano sulla sua penna, quasi con magia, cui non possiamo rendere giustizia solamente con un breve riassunto e una citazione. Il problema era, però, semplice: El Gordo, come veniva chiamato Soriano, non diceva mai di preciso dove fossero accadute le storie che raccontava: qualche dubbio, sul racconto, quindi c’è.

Qualcuno dice che quel leggendario rigore sia stato tirato per davvero. La squadra era il Cipolletti, nato nel 1926, divisa bianconera a strisce come la Juve, che ora milita nella serie C Argentina: era il ’54 quando sfidò, nella partita decisiva, l’Union Allen Progresista, che da tempo vinceva campionati a raffica. Non c’era El Gato, forse un’invenzione letteraria di Soriano, ma il rigore fu parato davvero. Sulla palla c’era Righetti, centrocampista interno dai piedi tutt’altro che vellutati. In porta c’era Benjamin, che con la sfera tra le braccia cominciò a correre per l’area come impazzito di gioia. Si giocarono altri 20 minuti. E il titolo andò, come sempre, ai più forti. La storia di un calcio che, pare, non ci sia più. Come i bei tempi andati.

Raffaele Nappi

Articolo modificato 18 Feb 2015 - 15:49

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Scritto da
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