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Un record, in quanto tale, va sempre sottolineato e coronato con applausi, acclamazione ed ammirevoli e fieri sorrisi.

Stavolta, “la vittoria” non nasce dai piedi dei guerrieri azzurri, ma dalle mani di chi imprime nei loro muscoli forza e tenuta atletica tali da consentirgli di dare quel quid in più.

Già, perché il Napoli è la squadra con il minor numero di infortuni tra i maggiori club europei.

Il dato emerge da uno studio effettuato dalla Uefa e in particolare coordinato dal professor Jan Ekstrand dell’Università di Linkoping, vicepresidente del comitato medico dell’organizzazione europea del calcio.

Uno che, a quanto pare, sa quello che dice.

Lo studio prende in considerazione tutti gli allenamenti e le partite svolte da luglio a dicembre 2013 da, oltre al Napoli, 25 club: Anderlecht, Bruges, FC Copenaghen, Arsenal, Chelsea, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Tottenham, Olympique Marsiglia, Paris Saint Germain, Bayern Monaco, Borussia Dortmund, Panathinaikos, Inter, Juventus, Ajax, PSV Eindhoven, Benfica, Porto, Celtic Glasgow, Barcellona, Real Madrid, Shakhtar Donetsk e un club brasiliano, il Corinthians.

I suddetti dati decretano che il Napoli risulta il club con meno infortuni in assoluto in allenamento, pure essendo una delle squadre europee che si allena di più.

Numeri, fatti, tangibili, inconfutabili, oggettivamente provati e che trovano inestimabile e veritiero riscontro nella realtà.

A dispetto dei quali i pettegolezzi, le illazioni, le infime malignità che, tristemente, troppo spesso, strisciano lungo i corridoi del chiacchiericcio sterile e deleterio, con l’unico ed esclusivo intento di insinuare larve portatrici di parapiglia, subbuglio e trambusto, per inasprire e destabilizzare l’ambiente, dovrebbero vergognosamente ritirarsi dalla scena.

Tifosi, o presunti tali, addetti ai lavori, o presunti tali, che non aspettano altro che il momento propizio per vomitare insulsa ignoranza ed approssimativa superficialità, con le quali confezionare opinabili giudizi, soprattutto al cospetto di tematiche tanto delicate e complesse da decifrare, quali gli infortuni.

Legittimando ed incoraggiando talune campagne diffamatorie, non si fa il gioco del Napoli, ma si rema contro valori che sono, anzi dovrebbero, essere alla base del viver civile e dell’ossequioso rispetto verso gli altri.

Soprattutto verso il lavoro altrui.

In particolar modo, quando la voce “altrui” include l’operato, scrupoloso ed insindacabile, di uomini comuni, ma “fuori dal comune“.

Questo record è figlio di nomi, volti e mani ben precisi: i dottori De Nicola, D’Andrea e Canonico, i massaggiatori Marco Di Lullo, Agostino Santaniello e Giovanni D’Avino.

“I fatti” asseriscono in maniera chiara e marcata che non esiste alcun “caso-Hamsik” né “caso-Behrami” e che la condotta di professionisti seri e quotati, quali quelli che abbiamo il privilegio di vantare a Napoli, meriterebbe tutt’altra considerazione.

La realtà, invece, decreta che, alle falde del Vesuvio, c’è sempre qualcosa da dimostrare ed il lavoro svolto viene giudicato da 60.000 e più dirigenti, allenatori e presidenti improvvisati, ma presuntuosamente capaci di vestirsi della becera alterigia insita in austeri giudizi che scaturiscono da una laurea fittizia, figlia degli “ho sentito dire” e “sulla base di quello che si è visto in campo”.

Ed è inaccettabile trovarsi ad osteggiare concetti come “l’anno scorso si, era lo staff migliore, quest’anno no”.

Con tutte le frivole ed effimere chiacchiere correlate agli infortuni di Zuniga e compagni.

Quello che vediamo in campo, in realtà, è il risultato finale di un minuzioso, perpetuo ed accorto lavoro, del quale si conosce l’inizio, ma non la fine, perché, mentre le medesime bocche che partoriscono stolte opinioni sono intente a rifocillarsi dalle “fatiche del post-partita”, loro, i signori dello staff medico, continuano a lavorare su quei muscoli, anche dopo il triplice fischio del direttore di gara e così fanno tutte le volte che le circostanze impongono un tempestivo e continuativo piano di recupero per ridurre i tempi di un infortunio.

A dispetto degli orari lavorativi prestabiliti e delle festività.

Il loro lavoro si protrae all’infinito, quello stesso infinito che abbraccia l’abnegazione e la passione che li lega a questa professione e che imprime alla loro professionalità quel tassello di efficienza in più, utile a proiettarli un gradino più in alto rispetto al resto dei colleghi sparsi per l’Europa.

Sono i cuori e le mani di questi eroi che indossano terrene spoglie a fare la differenza.

Se, al cospetto di un operato capace di andare controtendenza, rispetto alla normale e tristemente più diffusa corrente cavalcata dal lavoro che porta cucita l’etichetta “Made in Naples”, non siamo in grado di suggellare il successo con convinti e meritati applausi, quantomeno, risulterebbe più consono ed appropriato, cucirsi la bocca con un filo di buon senso.

È bene ficcarselo in testa: “Nessuno è come loro!

Luciana Esposito

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Articolo modificato 12 Gen 2014 - 20:16

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Scritto da
redazione