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Paolo Cannavaro, dalla gloria al dimenticatoio. Il declino di una bandiera ammainata

Qualcosa è cambiata: eccome! E ciò ch’emerge da un anno all’altro, calcisticamente un battito di ciglio, è la differenza abissale dal Cannavaro del passato a quello del presente, lo stridente contrasto su ciò ch’è stato il capitano e su quel ch’è diventato (improvvisamente). I fatti vanno separati dalle opinioni e persino dalla interpretazioni libere e il campo è l’unico giudice – soprattutto in settimana – per illuminare un allenatore: ma in quel prima e dopo Benitez, in questa dimensione tattica ch’è diversa ma non insolita per Cannavaro, c’è una indiscutibile difformità di valutazioni . E una Coppa Italia vinta sulla Juveche induce alle riflessioni.

IL CICLO – Nulla è per sempre e le statistiche attuali alimentano il sospetto che il ciclo sia finito e che l’epoca di Paolo Cannavaro stia volgendo ai titoli di coda: lo dice il campo, lo sostiene il timer ed è assai improbabile poi poggiare tesi opposte sulla pubblica ammirazione per un «atleta che s’allena con serietà». L’ «ottavo» Cannavaro del Terzo Millennio (c’è pure quello del Secondo, due presenze da fanciullo prima d’essere ceduto al Parma) esce dal Napoli all’Olimpico, in quei ventisette «disgraziati» minuti nei quali accade di tutto: ma pensare che sia colpa del fallo dal quale Pjanic peschi poi l’incrocio dei pali e del rosso sul rigore del 2-0 è semplicistico e riduttivo. 18 ottobre 2013, bye bye: neanche più un secondo, nonostante i due tour di force che pure spingono al turn-over (cinque gare in tredici giorni prima della sosta e quattro partite in due settimane stavolta). Però si alternano tutti i centrali e pure gli esterni: c’è spazio per Fernandez e Albiol, ormai la coppia gerarchicamente in cima alle preferenze, o per Albiol e Britos, quella che naturalmente (un destro e un sinistro assieme) si combina meglio; e quando contro il Catania si rompe Mesto, la scelta è caduta su Uvini, debuttante che s’industria a destra.

I PERCHE’ – L’onestà intellettuale di Benitez è indiscutibile: in quella sua linea a quattro, evidentemente, non c’è posto per Cannavaro che, negli atteggiamenti e nella postura e nella vocazione, ha come tendenza quella di andare all’anticipo sulla punta avversaria. Ai due centrali del Napoli – osservando le scelte – viene chiesto di non sguarnire la zona, di temporeggiare e fronteggiare tenendo la posizione, a costo di farsi comprimere all’indietro (come accaduto contro il Parma, nella pressione di Cassano; come successo pure contro l’Udinese, quando nessuno è uscito su Bruno Fernandes). Meno probabile che l’abitudine di Cannavaro a lanciare lungo possa rappresentare un pregiudizio inestirpabile: lo sta facendo (e male) Fernandez; oppure basterebbe chiedergli di non farlo, dunque di appoggiare sui centrocampisti per far ripartire l’azione palla a terra.

SCENARI – Il paradosso è nelle cifre: Cannavaro ha (avuto) duecentotrentotto presenze in campionato, collezionate passando dalla B alla Champions con Reja, Donadoni e Mazzarri, dunque presentando sempre le garanzie sufficienti per essere titolare d’una squadra cresciuta in maniera evidente pure a livello internazionale. Poi a Roma stadio Olimpico, il teatro della finale di coppa Italia con la Juventus, il palcoscenico sul quale venne mostrato il primo trofeo della nuova era, il black-out. Albiol, Fernandenz, Britos…poi il nulla…

Fonte: Il Corriere dello Sport

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Scritto da
redazione