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Cadere, fragorosamente. Ma mai piegarsi sulle ginocchia. Saper raccogliere i cocci e risalire la china. E’ uno dei maggiori principi su cui si fonda l’essere umano, una forza intrinseca che ci consente di affrontare la quotidianità.

Reagire con veemenza alle avversità indica il grado di maturità di una squadra di calcio. Pelle dura, personalità e collettivo sono attributi necessari per tirarsi fuori dal pozzo più profondo. Nella sciagurata serata di martedì il Napoli non ha fallito soltanto l’approccio, evidentemente determinante sul prosieguo della gara. Ha toppato anche dopo quando, passata la tempesta, aveva il dovere di rialzarsi e riprendere la rotta.

Non mi sono piaciuti i primi 20′. Dopo la squadra si è riassestata. Nel secondo tempo abbiamo avuto carattere“. Ci perdoni il buon Rafa, ma noi questa risposta rabbiosa non l’abbiamo nemmeno intravista. L’Arsenal, geneticamente abituato a specchiarsi più del dovuto, nella seconda frazione di gioco ha ridotto i giri del motore, commettendo altresì qualche piccola ingenuità. Nelle crepe di una struttura sontuosa una squadra scaltra ed esperta sarebbe riuscita ad intrufolarsi. Ma gli azzurri, con la testa e con le gambe,  non sono mai scesi in campo. Imbalsamati.

Era la prima volta nella gestione Benitez che il Napoli passasse in svantaggio. Banco di prova anche un po’ atteso, purtroppo contro il peggiore avversario. Eppure la crescita di un gruppo si evidenzia chiaramente nelle serate storte, non quando tutto va bene. Non siamo ancora una squadra d’alto rango internazionale? La sentenza, seppur malinconica e parziale, è giunta dal campo. Ed è sembrato tornare esattamente allo stesso periodo di due anni fa, quando a Monaco il Napoli matricola europea si lasciava stritolare dal Bayern senza opporre resistenza. Allora si parlò anche di reazione soddisfacente, ma solo perchè la bella copia di Federico Fernandez indovinò due stacchi aerei, emozioni mai più riprovate. Ne è passata di acqua sotto i ponti. La cresta si sarebbe dovuta solidificare. Invece no. Indossiamo ancora il grembiule.

La rosa partenopea palesa tutti i suoi limiti. L’Arsenal aveva assenze del calibro di Walcott, Santi Cazorla, Podolski, Daiby. Qualcuno l’aveva notato? A noi mancava un certo Higuain, fondamentale anche solo per il contributo di esperienza. Però non sarebbe stato un dramma se avessimo avuto un degno sostituto. Nonostante ciò, è mancata la mentalità, l’abitudine alle grandi sfide. Lo so, è sempre la stessa solfa. Il catino dell’Emirates lasciava sbigottiti anche noi seduti in tribuna. Un urlo roboante, invadente, incessante. Il cristallo si sarebbe frantumato in pochi istanti. Detto fatto. Non si può scendere in campo intimoriti e genuflessi. Non si possono perdere le tracce dei calciatori di maggior carisma (leggi Marek Hamsik). Non si può, caro mister, assistere rassegnati al naufragio senza tentare nulla di diverso. In questi casi l’appiglio è retorico: speriamo che serva da lezione. Ma non siamo troppo grandi  per finire ancora tra i banchi di scuola?

Ivan De Vita

Riproduzione riservata

Articolo modificato 3 Ott 2013 - 10:49

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redazione